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Katazen: un mondo
ineffabile...


Sulle tracce del sacro

Scrive Eraclito: "Il dio è giorno e notte, inverno e estate, guerra e pace,
                      sazietà e fame, e muta come il fuoco quando si mischia ai
                      profumi odorosi, prendendo di volta in volta il loro aroma".


Il sacro. Tema forte da lei piu' volte richiamato. Tema cruciale,
evidentemente, ma sempre piu' debole e destrutturato, oggi.
E il venir meno del senso del sacro sarebbe, a suo avviso,
fra le cause di disorientamento e perdimento di molti giovani
(e meno giovani?) d'oggi.
Ma cosa intende veramente per sacro?
Certo è piu' facile concepire il sacro come attinente al soprasensibile,
all'assoluto, alla sfera religiosa.
E il sacro dal punto di vista di chi nega tali realtà? Sono tanti!
Alcuni per scelta consapevole, altri (i piu') per adesione (piu' o meno)
di comodo.
E allora, E' possibile concepire il sacro in una visione del mondo laica?
E' possibile tenere insieme sacralità e relativismo,
sacralità e "pensiero debole", sacralità e storia?
Quando definiamo "sacra" la vita, la natura, "sacri e inviolabili" i diritti
umani, dovremmo chiarire in quale accezione intendiamo "sacro".
L'universalità - sempre auspicabile per il diritto alla vita e i diritti umani -
puo' essere un alcunchè che struttura queste istanze come "sacre?".
Oppure qui intendiamo "sacro" come "desacralizzato" a valore
storicamente acquisito?
Un'ipotesi: la ritualità, che spesso struttura le nostre relazioni,
nella forma di feste, ricorrenze, liturgie, consumo condiviso di sostanze,
rituali magici, potrebbe essere quella propria dell'esperienza del sacro.
Se così è, una "sana" ritualità nella vita di ognuno, di per sè basterebbe
a riempire quel bisogno di sacro che ci apparterrebbe.
E ancora: il silenzio. Quando guardiamo alla vita, alla natura, agli eventi,
con meraviglia, rispetto, senza giudizio.
Ritualità, silenzio... Come esperienze possibili, che avvicinano al sacro.
O a un qualcosa di impropriamente definito tale.
Quindi da ripensare in termini laici e post-moderni.
Perchè il sacro, in senso forte e compiuto, presuppone, a mio avviso,
una visione religiosa della vita (e della morte).
Non puo' essere - la vita - bella e piena,
anche senza l'esperienza del sacro?
Angela Pancello , Bologna

"Sacro" è parola indoeuropea che significa "separato".
La sacralità, quindi, non è una condizione spirituale o morale,
ma una qualità che inerisce a cio' che ha relazione e contatto con
potenze che l'uomo, non potendo dominare, avverte come superiori a sè,
e come tali attribuibili a una dimensione, in seguito denominata "divina",
pensata comunque come "separata" e "altra" rispetto al mondo umano.
Dal sacro l'uomo tende a tenersi lontano, come sempre accade
di fronte a cio' che si teme, e al tempo stesso ne è attratto
come lo si puo' essere nei confronti dell'origine da cui
un giorno ci si è emancipati.
Questo rapporto ambivalente è l'essenza di ogni religione che,
come vuole la parola, recinge, tenendola in sè raccolta (re-legere),
l'area del sacro, in modo da garantire a un tempo la separazione
e il contatto, che restano comunque regolati da pratiche rituali
capaci da un lato di evitare l'espansione incontrollata del sacro
e dall'altro la sua inaccessibilità.
Sembra che tutto cio' sia stato presentito dall'umanità prima di
temere o di invocare qualsiasi divinità.
Dio, infatti, nella religione, è arrivato con molto ritardo.
Al contatto con il mondo sacro sono preposte persone consacrate
e separate dal resto della comunità (i sacerdoti),
spazi separati dagli altri in quanto carichi di potere (sorgenti,
alberi, monti e poi templi e chiese), tempi separati dagli altri
e nominati "festivi", che delimitano i periodi "sacri" da quelli
"profani" dove, fuori dal tempio (fanum),
si svolge la vita di ogni giorno scandita
dal lavoro e dai divieti (i tabù) da cui
traggono origini le regole e le trasgressioni.
Oltre alla lettura religiosa, del sacro si danno anche diverse interpretazioni
antropologiche e psicologiche, perchè il sacro non è solo esterno all'uomo,
ma anche interno ad esso, come suo fondo inconscio,
da cui un giorno la coscienza si è emancipata e resa autonoma,
senza peraltro sopprimere lo sfondo enigmatico e buio della sua origine.
Da questa origine la coscienza ancora dipende sia per la genesi
delle sue ideazioni, sia per la minaccia mai scongiurata di
esserne di nuovo risucchiata in quella forma che l'odierna
patologia, in cui si è risolta l'antica mitologia, chiama "follia".
A conoscere questa follia non sono la psicologia, la psichiatria o la psicanalisi,
ma la religione che, delimitando e circoscrivendo l'area del sacro,
e tenendola a un tempo "separata" dalla comunità degli uomini e
"accessibile" attraverso ritualità codificate, ha posto le condizioni
perchè gli uomini potessero edificare il cosmo della ragione,
senza rimuovere l'abisso del sacro, perchè è da quel mondo
che vengono le parole che poi la ragione ordina in modo
non oracolare e non enigmatico.
Se le religioni abdicano a questa loro funzione e lasciano la gestione
della notte indifferenziata del sacro alla solitudine dei singoli,
questi che cercheranno rimedi in farmacia, o nella follia dei
gruppi che, privi come sono di quelle metafore di base
dell'umanità che hanno fatto grandi le religioni storiche,
producono quelle promesse vuote, ma piu' spesso tragiche,
che sono il nutrimento di quella religiosità da apocalisse o
da new age che viene incontro a quel nucleo di follia
che ciascuno di noi avverte dentro di sè come
non interpretabile, non culturalizzabile,
non leggibile. (Umberto Galimberti)

                                                      La Repubblica delle Donne
                                                             6 Maggio 2006




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