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Katazen: un mondo
ineffabile...


Raimon Panikkar

E' CONSIDERATO UN SAPIENTE CHE HA COSTRUITO UN PONTE TRA
ORIENTE E OCCIDENTE. UNO DEI GRANDI PENSATORI DEL NOSTRO TEMPO,
APERTO AL DIALOGO TRA LE RELIGIONI, METTE A CONFRONTO
IN UN NUOVO LIBRO LA SCIENZA E LA FEDE.

Raimon Panikkar è un uomo coltissimo, i cui interessi spaziano
dalla filosofia alla religione, alla scienza.
Nato a Barcellona, da padre indiano e madre spagnola,
Panikkar ha vissuto per lungo tempo in India.
E' considerato il piu' autorevole studioso in grado di mettere
a confronto religioni diverse.
E' un fautore del dialogo interculturale.
Splendide le sue traduzioni dal vedico.
Il suo nuovo libro La porta stretta della conoscenza
(a cura di Milena Carrara Pavan) è un tentativo di far
dialogare scienza e religione.

   Professor Panikkar è davvero possibile il dialogo fra due
forme di sapere che per il fatto di voler essere dominanti,
tendono a escludersi?

   "Perchè sia un dialogo sensato e alla pari, ambedue le parti devono
spogliarsi dalla pretesa di esclusività.
Occorre, insomma, maggiore umiltà.
E l'umiltà è una una virtù intellettuale, non solo morale".

   Come si fa a essere umili se i linguaggi di scienza e religione
parlano di oggetti diversi? La scienza lascia fuori dio,
la teologia a sua volta guarda al regno delle quantità con occhio severo.

   Siamo esseri storici e come tali subiamo i pregiudizi.
E' un pregiudizio immaginare che la scienza possa risolvere ogni cosa.
Così come è un pregiudizio della tradizione occidentale identificare
la religione con la chiesa.
Da un punto di vista indù sarebbe inconcepibile.

   Per un indù cos'è una religione?

   "Una forma di vita, meglio la consapevolezza di una forma di vita".

   Ma un teologo e uno scienziato come possono parlarsi?

   "Al teologo direi di non dimenticare il mondo fisico che è altrettanto
reale del mondo teologico.
Allo scienziato suggerirei di non ridurre tutto all'esperimento.
C'è qualcosa di piu' profondo dello sperimentabile".

   E' perchè la scienza dovrebbe rinunciare all'idea di avere
un punto di vista piu' persuasivo sul mondo?".

   "Perchè non c'è un solo modo per avvicinarsi alla verità.
E soprattutto perchè la vita umana non si lascia strumentalizzare.
Siamo talmente abituati al dominio della tecnica scientifica,
da considerarla lo strumento principe per comprendere la vita umana.
Ma non è così".

  Lei dice basta con la dittatura del pensiero strumentale
che fonda la sua forza sul calcolo.
Che cos'è che non va nel suo metodo?

   "Bisogna liberarsi dall'ossessione dei perchè, e dall'idea che
esista una causa finale.
La ragione se è presa in senso assoluto toglie la libertà.
Non la favorisce".

   Ma è piuttosto difficile vivere in un mondo come il nostro
e non chiedersi mai perchè.

   "Attenzione. Sono le azioni ultime, come l'amore autentico,
che si fanno senza un perchè".

   Libertà da tutto tranne che dal proprio cuore?

   "Si è liberi in quanto non diamo una ragione alle nostre decisioni".

   Siamo nel campo della fede o della follia.

   "E' solo l'Occidente che vuole giustificare ogni cosa,
trovare una spiegazione per tutto".

   E' il primato del logos.

   "Ma anche il rifiuto dello spirito. L'Occidente ha creduto che passando
dal mito al logos acquisisse una forma di conoscenza superiore.
In realtà non si è accorto che ha solo mitizzato la ragione.
Bisogna decostruire le proprie certezze.
Sapendo che le nostre conoscenze sono relative".

   C'è differenza tra relatività e relativismo?

   "Enorme. Il relativismo distrugge se stesso.
Ai suoi occhi una cosa vale l'altra. Ma non è così.
La relatività invece è la consapevolezza che qualsiasi cosa io
possa dire ha un senso e ha una pretesa di verità in relazione
a un contesto del quale io non sono completamente consapevole".

   E che ruolo gioca la fede?

   "Ogni uomo ha fede. Solo gli animali non ne hanno.
Ogni uomo è consapevole di non sapere tutto,
sa che davanti a lui c'è l'ignoto.
Non capisce il mistero ma ne è profondamente consapevole.
E questa consapevolezza è la descrizione fenomenologica della fede".

   Lei distingue la fede dalla credenza.

   "La credenza è l'interpretazione culturalmente, psicologicamente
e personalmente condizionata della nostra apertura al mistero".

   La fede ha bisogno della credenza?

   "Puo' farne a meno. Mentre la credenza ha bisogno della fede.
Il guaio è che se io identifico la mia fede con la mia credenza
allora divento un fanatico.
Di qui le crociate, l'inquisizione, l'intolleranza, l'assolutismo.
Detto in modo filosofico la fede non ha oggetto.
Capisco che per un occidentale che ha sposato in pieno il
pensiero razionale questo puo' sembrare una bestemmia".

   Se si puo' arrivare a dire che la fede non ha oggetto,
allora possiamo anche affermare che Dio non esiste.

   "Lo possiamo dire. E' solo idolatria immaginare che Dio sia un oggetto.
Io non posso dire ne' che Dio esiste ne' che non esiste".

   Con quest'ultima affermazione verrebbe da concludere:
di che cosa stiamo parlando?

   "Vede, c'è subito lo smarrimento, il tono liquidatorio.
E' ovvio che stiamo discutendo del mistero.
Ma non possiamo parlarne se nei nostri discorsi non c'è amore.
Nel senso piu' ampio amore è uscire da se stessi.
L'amore è centrifugo, la conoscenza è centripeta.
E' un doppio movimento senza il quale non riusciremo mai
a penetrare il mistero".

   Lei parla di tre occhi: quello dell'intelletto, della sensibilità
e della fede. Qual'è il piu' importante?

   "Devono funzionare insieme. Guai a ridurre un essere umano
solo alla parte razionale".

   Ma se la ragione non guida c'è il rischio che le passioni,
anche le peggiori prendano il sopravvento.
Come le tiene a bada?

   "Dirà che sono troppo indiano: non reprimendole,
rendendomi conto che siccome questi istinti e queste forze stanno
in me occorre prenderne coscienza.
Questa è la vera contemplazione.
Che non ha niente a che vedere con il vuoto.
Ho vissuto tanti anni fuori dal mondo occidentale e ho capito che
l'Occidente non è un modello da imitare.
C'è una felicità innata che qui non trovo".

   E' l'elogio dei poveri di spirito?

   "Beati coloro che non dipendono dalla volontà, il dogma fondamentale
dell'occidente. In sanscrito non esiste la parola "volontà".
La famosa preghiera: "padre nostro che sei nei cieli, sia fatta la tua volontà...",
presuppone un Dio volonteroso, legislatore.
Per l'India è un controsenso.
L'insegnamento del buddismo tende a escludere la volontà".

   Il buddismo chiama volontà desiderio.
Come si fa a non desiderare?

   "Distinguo tra aspirazione e desiderio. Il desiderio è condizionato dall'esterno.
Mentre l'aspirazione è qualcosa che viene da dentro ed esce fuori.
E' chiaro che se il mio cuore non è puro, il desiderio finirà con il prevalere".

   Lei non usa mai la parola etica. Perchè?

   "Primo perchè non sono un esperto di etica.
E poi in ogni etica vedo la tentazione di assolutizzare le proprie regole.
Abbiamo certamente bisogno di un ethos ma questo non va
legalizzato ne' assolutizzato.
Dio non è un legislatore, non c'è una legge ultima che egli ha proclamato
e alla quale attenersi".

   Detta da un sacerdote è un'affermazione paradossale.

   "Dio non fa leggi, non ho detto che non esiste".

   Dà l'impressione di avere abbracciato una forma di panteismo. E' così?

   "A mio parere il panteismo è un errore per difetto.
Per il panteismo tutto è divino.
Che poi cio' che noi chiamiamo la divinità si esaurisca in quel tutto aperto
alla consapevolezza, questo è cio' che rende il panteismo piccolo.
Quando i vecchi presocratici dicevano che microcosmo e macrocosmo
si corrispondono sapevano quello che volevano dire.
Sapevano che ogni uomo non è un mondo in piccolo,
ma è un piccolo mondo, nel quale vive tutta la realtà.
E' questa la divinità umana, e in tal senso la divinità
è in ciascuno di noi. Come dice il Vangelo: "voi siete dèi".

                                                                         - La Repubblica -
                                                                          7 Gennaio 2006

  

  

  
 
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