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Katazen: un mondo
ineffabile......                  
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Pubblicità sfacciata

Scrive l'antropologo algerino Malek Chebel ne Il libro delle seduzioni
(Bollati Boringhieri): "La seduzione contiene in sè tutte le caratteristiche
della rottura dei vincoli. E per rottura intendo ogni comportamento
sociale eversivo".

Scrivo a Lei perchè quando prendo in mano la rivista D La Repubblica
delle Donne inizio a leggerla all'araba, cioè da quella che per noi è
l'ultima pagina.
E questo perchè lì c'è il Suo intervento che leggo sempre con piacere
e interesse. Così ho fatto con l'ultimo numero.
Poi sono passata alla lettura "normale" e sono inorridita.
Un pugno nello stomaco appena sfogliata la copertina.
Due pagine di una pubblicità "oscena", nel senso etimologico del termine,
come Lei ci ha insegnato.
Non ho capito cosa si pubblicizzasse, quindi sono andata a vedermi il
relativo sito.
Qui ho trovato altre immagini "oscene" e ho scoperto che l'azienda è in
qualche modo direttamente collegata a un'altra che invece fa pubblicità
"impegnata" socialmente e culturalmente.
Non mi preoccupa tanto la mia percezione dell'oscenita dell'immagine,
ma quella degli "altri", dei diversi, degli stranieri, degli islamici.
Sollecitiamo il dialogo interculturale e a quelli di cultura diversa
mandiamo questi messaggi.
Ma ci rendiamo conto che avvaliamo le tragiche immagini del carcere
di Abu Ghraib? Cos'è la differenza, una divisa alla moda anzichè
una divisa militare?
Ci rendiamo conto che questa immagine della donna occidentale che
divulghiamo su riviste "impegnate" contribuisce sensibilmente
a giustificare la paura delle donne che i maschi di altre culture
esorcizzano con l'imposizione di burka, chador,
emarginazione, vessazioni?
Ci rendiamo conto che non stiamo più parlando solo tra di noi che forse
troviamo "divertenti" queste immagini (non io peraltro),
ma che gli "altri" ci guardano e si fanno così un giudizio
su di noi e sul nostro modello culturale?
Quello che è inaccettabile, è l'inutilità del messaggio,
la gratuità della sua negatività.
Non si capisce neppure cosa dovrebbe spingere a comperare.
Se è e deve rimanere nostro diritto pubblicare tutto quello che rappresenta
i valori portanti della nostra cultura, anche se ad altri può dare fastidio,
perchè dobbiamo fare e farci del male del tutto inutilmente?
Franca Mionetto, Roma

Sono convinto anch'io che al di là del controllo del petrolio,
che pure ha la sua decisiva importanza, la ragione di fondo dell'ostilità
del mondo islamico nei nostri confronti sia il nostro regime sessuale,
che noi chiamiamo libertà e loro aberrazione.
Il controllo del petrolio è un problema razionale.
Si può discutere, mercanteggiare, fare persino una guerra,
ma siamo sempre sul piano della ragione economica,
quindi degli interessi computabili in termini di denaro e al limite di vite umane.
Il controllo della sessualità, invece, non è un problema razionale perchè è
antropologico, e come tale affonda nell'inconscio collettivo di un popolo,
di una cultura, di una civiltà.
Qui la ragione è impotente, e quindi il dialogo, la trattativa, il mercato,
la guerra sono strumenti inefficaci, perchè non raggiungono quelle matrici
inconsce da cui nascono persuasioni, convinzioni, credenze che fondano
culture, modi di vivere e di relazionarci.
Basta che gettiamo uno sguardo indietro, e, senza andare troppo lontano,
non dubitiamo che anche i nostri nonni e le nostre nonne si sarebbero
scandalizzati dell'esibizione continua della sessualità, al punto che,
se il mondo avresse dovuto esser questo, si sarebbero sentiti
estromessi dal mondo.
Esporre il nostro stile di vita su tutte le televisioni del mondo e pretendere
di esportarlo all'insegna della libertà individuale in contesti culturali che non
conoscono l'individuo (nozione tipicamente occidentale di matrice cristiana)
perchè conoscono il gruppo di appartenenza come legittimazione della loro
esistenza, significa mettere in atto un imperialismo culturale e un
abominevole etnocentrismo che, se anche per falso pudore non
arriva a dire, come incautamente ha detto il nostro Presidente
del Consiglio, che la nostra civiltà è superiore alla loro,
di fatto si comporta come se lo fosse, andando a
minare i fondamenti inconsci che sono alla base
di altre culture.
E quando si toccano questi tasti inconsci, e noi li tocchiamo con la nostra
spudoratezza, scateniamo un odio che, per il fatto di essere inconscio
e quindi rrazionale, ha una potenza che noi, educati dalla nostra ragione,
neppure sospettiamo.
In gioco, infatti, non è la liberazione della donna (che da noi, tra l'altro,
s'è liberata solo trent'anni fa con gli anticoncezionali),
ma il ribaltamento della loro struttura sociale,
che può mutare, ma non nel volgere di pochi
anni e tantomeno quando lo decidiamo noi.
Umberto Galimberti

                                                                  La Repubblica delle Donne
                                                                      - 12 Febbraio 2005 -

                                                                   

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