Prometeo incatenato
... La figura che simboleggia questa filosofia non è certo quella di Abramo,
pronto a uccidere il figlio Isacco pur di obbedire a Dio, ne' quella di Giobbe,
disposto a subire i tormenti inflittigli da Dio senza mai perdere la fede,
ma quella di Prometeo, il titano che diede inizio alla civiltà umana
donando all'uomo il fuoco e fu per questo atrocemente punito da Zeus,
ma non si arrese alla potenza e prepotenza del sovrano d'Olimpo.
Tornano qui alla mente alcuni versi sublimi del Prometeo incatenato eschileo,
che è probabilmente la piu' antica opera teatrale dell'umanità e che, non a caso,
fissa con estrema dignità nella figura di Prometeo il disperato ma indomito
atteggiamento dell' "uomo in rivolta" (in rivolta non solo e non tanto,
come in Camus, contro la Storia, quanto contro la sua condizione esistenziale).
Inchiodato da Vulcano a una roccia per ordine di Zeus,
Prometeo spiega anzitutto la causa prima della sua punizione e tortura:
Un giorno, innescando uno stelo di canna
rubai la scintilla del fuoco.
Ed essa riluce da allora tra gli uomini,
artefice, strada maestra d'ogni altra opera ingegnosa.
Fu questa la colpa mia: ora ne pago il fio
inchiodato ai ceppi nell'abisso del cielo [...]
Tutto cio' discende dal mio amore violento
per gli uomini.*
E' in fondo, il tema della Genesi e della cacciata dall'Eden:
la ricerca e la scienza umana sono un'offesa alla potenza divina,
che si vendica punendo la creatura ribelle alla sua condizione d'incoscienza
e di passività animale.
Ma mentre nel mito biblico, come in ogni mito religioso, quella ribellione viene
considerata spregevole e odiosa, nel mito di Prometeo e nell'opera eschilea
il protagonista della rivolta, cioe' l'essere umano, viene esaltato non solo
per il suo intrinseco eroismo ma anche perchè rifiuta la ritrattazione e la
resa nonostante l'atroce prezzo di sofferenza che la Potenza Offesa
gli infligge.
Nel parodo, le ninfe oceanine, echeggiando la pietà dello stesso Vulcano
costretto da Zeus a punire Prometeo, si domandano:
Chi puo' essere tanto crudele
da godere alla vista del tuo tormento,
o Prometeo?
E' una trasparente allusione alla crudeltà di Zeus e del suo servile sbirro,
Dominio, che aveva gridato beffardo all'eroe ormai inchiodato alla roccia:
Sta' lì! E provati di nuovo a predare
i privilegi degli Dei per donarli
agli uomini, che vivono e muoiono
nell'arco d'un giorno
e non sapranno di certo liberarti
dalla tua sofferenza.
Dominio aveva poi soggiunto, volgendosi minaccioso al pietoso Vulcano:
Che aspetti? Piangi
su chi è odiato da Zeus?
Attento, che non tocchi domani
anche a te la stessa pena!
In pochi versi è gia' descritta qui la contrapposizione millenaria tra chi sta
dalla parte dell'uomo, del debole e del piagato, e chi sta dalla parte della Legge
e del Potere (divino o umano, giusto o ingiusto che sia), atterrito al pensiero di
poter essere egli stesso colpito, o addirittura affascinato e sedotto dalla
crudeltà e dall'arbitrio.
E' una contrapposizione che si ripeterà attraverso i tempi,
a livello non solo religioso ma anche politico e sociale:
e sempre, essenzialmente, per gli stessi motivi esistenziali.
Prometeo, simbolo d'una concezione dell'uomo purtroppo ardua e rara,
non si arrese, perchè in lui prevalsero l'amore e la compassione per gli uomini.
Ecco i versi semplici e solenni con cui descrive il suo sforzo, il nostro:
I viventi, creature puerili a quei tempi,
io li formai: riflessivi, sovrani del loro intelletto [...]
Anche prima di me, guardavano
ma era cieco guardare.
Udivano suoni, ma non era sentire.
La vita era un esistere lento,
un impasto opaco e senza disegni.
Non sapevano case [...]
inondate di sole, ne' il lavoro del legno.
L'alloggio era un buco sotterra [...]
Fu mia, a loro bene, l'idea del calcolo
e fu mio il sistema del segno scritto,
memoria del mondo, fertile madre di Muse [...]
Fu mia la scoperta del mezzo marino,
vele come ali,
per gente che corre le onde.
Io che ideai tanti ingegni
non trovo però uno scaltro pensiero
per sollevarmi dal tormento che m'assale.
La disperata impotenza della mente umana a risolvere il suo dramma
esistenziale con la stessa agilità con cui ha risolto tanti enigmi naturali
è gia' qui enunciata icasticamente.
Ma questa disperazione non porta alla Capitolazione di fronte alla Legge
crudele ne' alla rinuncia alla propria dignità e libertà.
Così, quando una corifea ed Ermes lo scherniscono per il suo ardimento
suicida, Prometeo risponde sferzante, rivolto alla corifea:
Tu sempre in ginocchio,
lusinga il tuo padrone, il tuo idolo!
E ad Ermes:
Discorso davvero sublime, il tuo!
Vi si sente la tua mente superba: da sgherro.
Siete di oggi. Di oggi è il vostro dominio:
illusi di vivere in torri sbarrate all'angoscia [...]
Il tuo servire, il mio sacrificio:
non farei cambio mai, imparalo bene!
Io ne son certo: meglio la schiavitù
a questa roccia, che avere sangue
di docile servo, di portavoce dell'onnipotente Zeus.
Gia' nella prima opera del padre di tutto il teatro umano è dunque
tratteggiato con chiarezza l'aut-aut della condizione umana,
ma in una versione esattamente opposta a quella che ne darà
Sören Kierkegaard, 2500 anni dopo, col suo Aut-Aut,
basato sulla resa dell'essere umano all'assurdo e alla regressione.
Certo, supporre che l'uomo, questa patetica pulce-astronoma aggrappata
a una briciola di materia ruotante nello spazio infinito, possa essere l'alfiere
di una rivoluzione cosmica, è un'ipotesi azzardata: ma molto meno di quella che,
dinanzi al primo protozoo, avesse preconizzato l'avvento di un organismo
capace di fabbricare radiotelescopi o astronavi e di contrapporsi
criticamente alle leggi naturali che lo avevano generato.
*Eschilo, Prometeo incatenato, Garzanti, Milano, 1980.
Luigi De Marchi - Scimmietta ti amo -