Pietro Querini
..... La Serenissima fece conoscenza di questa ottima pietanza,
prima prerogativa dei vichinghi, solo nel XV secolo e per un caso fortuito
del quale ci è giunto notizia grazie al diario di bordo del capitano Pietro Querini,
inserito un secolo dopo da Giovan Battista Ramusio nella raccolta:
"Navigatione et viaggi".
Il nobiluomo Querini, mercante, armatore e spericolato navigatore,
verso la fine del 1431 salpò dall'isola di Candia, l'attuale Creta,
facendo rotta per le Fiandre, dove intendeva fare buoni affari
piazzando 800 barili di vino Malvasia.
La sua cocca passò lo stretto di Gibilterra e giunse a Cadice.
Nel piano di navigazione, superata la città spagnola,
ci sarebbe dovuto essere lo scalo nell'importante porto di Anversa,
appartenente alla Lega Anseatica, ma a scombinare le carte ci pensò
una terribile tempesta che arrivò a rompere gli alberi e le vele,
e a rendere inutilizzabile il timone, mandando così i poveri
Veneziani alla deriva e completamente fuori rotta.
Dopo sei settimane in balìa della Corrente del Golfo,
con la nave irrimediabilmente perduta, il nostro capitano prese
la decisione di suddividere l'equipaggio su due scialuppe di soccorso,
con la speranza di approdare sulle coste piu' vicine.
Ma il mare s'ingoiò con il mezzo di salvataggio ben 47 uomini
e l'imbarcazione superstite, con il capitano a bordo,
fu sospinta fino all'arcipelago norvegese delle Lofoten,
situato un centinaio di chilometri oltre il Circolo Polare Artico.
Pietro Querini con i suoi luogotenenti Cristoforo Fioravante e Nicolò di Michiel
ed i tredici marinai rimasti, ormai stremati, riuscirono finalmente
a sbarcare a Sandoi, uno scoglio disabitato poco lontano dall'isola di Rost:
"in culo mundi", come il buon capitano scrisse nel suo diario rendendo
quest'efficace espressione involontariamente celebre,
tanto che presupponiamo sia ancora tutt'ora in voga.
Comunque, qualunque fossero le sue intenzioni,
era la fine di dicembre del 1431 e le cose volgevano decisamente al meglio
dato che i naufraghi furono raccolti e ospitati dai pescatori del luogo e
dalle loro famiglie, e là rimasero, distribuiti nei capanni:
"Gli isolani, un centinaio di pescatori, si dimostrarono molto benevoli et
serviziosi, desiderosi di compiacere piu' per amore che per sperare
alcun servitio o dono... vivevano in una dozzina di case rotonde,
con aperture circolari in alto, che copron di pesce;
loro unica risorsa è il pesce che portano a vendere a Bergen".
Gli abitanti di Rost saranno stati anche caritatevoli cattolici osservanti,
ma di sicuro erano ingenui e privi di malizia come dei bambini.
Infatti era loro costume coricarsi ignudi per il riposo notturno
e non si dettero per inteso degli ospiti, che rimasero molto
meravigliati di tale usanza.
Alla mattina, poi, con il cielo ancora buio,
gli uomini correvano alle barche e uscivano in mare per la pesca,
lasciando dormire ancora per un paio d'ore le mogli e i figli.
Sembra che questa abitudine, assieme a quella di fare il bagno caldo
tutti assieme, ospiti compresi, ogni giovedì, sia stata una tentazione
troppo forte per i Veneziani, sicuramente cattolici senza incertezze,
ma con ben altre abitudini, molto meno disinvolte.
Si dice che, ancora adesso, alcuni norvegesi delle Lofoten
abbiano caratteristiche somatiche piuttosto diverse
da quelle delle altre genti del nord, almeno per quanto riguarda
occhi e capelli, ma per noi è abbastanza facile pensare quale
sia la soluzione di questo strano mistero.
Pietro Querini nonostante le molte pratiche penitenziali ebbe anche
il tempo di osservare il territorio che lo ospitava e gli usi dei suoi abitanti,
annotando nel suo diario anche un bel passo dedicato all'affascinante
fenomeno del "sole di mezzanotte":
"Per tre mesi all'anno, cioè da giugno a settembre,
non vi tramonta il sole, e nei mesi opposti è quasi sempre notte.
Dal 20 novembre al 20 febbraio la notte è continua, durando ventuna ora,
sebbene resti visibile la luna; dal 20 maggio al 20 agosto invece si vede
sempre il sole o almeno il suo bagliore".
Gli fu subito chiaro che in quelle isole si praticava un'agricoltura
abbastanza limitata, giusto quel tanto per ricavare la segale,
con la quale i Norvegesi producevano il pane e la birra;
c'erano anche pochi animali da allevamento,
probabilmente per la scarsità del foraggio,
che la latitudine fredda e la mancanza di luce consentiva,
e l'attività principale non poteva che essere la pesca,
favorita com'era dalla Corrente del Golfo che in quell'arcipelago
non abbassa mai la temperatura dell'acqua marina sotto 15°C
creando le condizioni ottimali per la riproduzione ittica,
anche se a ben vedere le specie che andavano a riempire
le reti erano solo di due tipi: i merluzzi e le platesse.
Quello che lo colpì maggiormente fu il modo di conservare i merluzzi -
che egli definisce stocfissi - annotando per primo che,
dopo essere stati trattati nel modo gia' descritto,
questi diventavano duri come il legno:
"Quando si vogliono mangiare li battono con il rovescio della mannara,
che li fa diventar sfilati come nervi, poi compongono butirro e specie
per dargli sapore...".
I naufraghi restarono ospiti sull'isola di Rost per quattro mesi,
il 15 maggio 1432 furono finalmente trasferiti al porto di Bergen e,
da qui, si recarono a Throndheim, s'imbarcarono su una nave
diretta a Londra dove, pero', non giunsero mai.
I Veneziani furono, evidentemente, sbarcati in un porto intermedio,
dato che arrivarono a Venezia - il 12 ottobre 1432 - transitando
per Basilea.
L'accorto gentiluomo, partendo da Rost,
ebbe l'accortezza di portare con se' un campionario di stoccafissi
e baccala' e giunto finalmente in Patria cerco' di illustrare ai concittadini
l'utilità e i pregi di quel pesce secco, del quale aveva fiutato
le grandi possibilità commerciali.
Queste saranno state evidenti per lui,
ma non di certo per gli altri Veneziani, che torsero il naso di fronte
a quell'odore non proprio accattivante e giudicarono lo stoccafisso
troppo volgare per i loro palati sopraffini.
Capitan Querini, pero', era un uomo davvero tenace e l'anno successivo
tornò alle Lofoten per scambiare con lo stoccafisso barili di vino e spezie.
Forse non fu soddisfatto di come andarono le trattative oppure,
dato il suo temperamento avventuroso, volle visitare quei mari
così differenti dall'Adriatico.
Comunque sia fece rotta verso il Polo Nord e, come un personaggio
leggendario, sparì tra i ghiacci eterni.
Dall'avventura terrena del buon Pietro Querini passò alquanto tempo
prima che il disprezzato baccala' fosse riesumato durante
il Concilio di Trento - che si svolse tra il 1545 e il 1563 - su consiglio
di Sua Eccellenza il cardinale svedese Olao Magno.
Il pasto preparato con il baccala', considerato povero,
fu stabilito per i giorni di astinenza dalla carne
e per i giorni di vigilia.
L'intingolo, cotto con un po' di buon senso e qualche condimento,
ancorchè modesto, divenne presto famoso per l'ottimo sapore,
tanto che i nobili, che avevano tenuto d'occhio gli ecclesiastici
riuniti in Concilio, provarono subito a fare anche loro penitenza
con gustose mangiate a base di baccala'.
Passato il tempo in cui le navi veneziane si spingevano fino
in Norvegia per prelevare carichi di pescato,
furono i Norvegesi a portarlo nella nostra laguna.
Nel 1827 la ditta Block aprì a Venezia il primo deposito e in seguito
ottennero la licenza, in ordine di tempo, le società Palazzi e Movinckel.
Come si è detto, il baccala' era noto nel Triveneto a partire
dal XVI secolo, ma a Venezia divenne un mito dopo l'insurrezione
del 1848 quando, grazie alla sua lunga conservazione naturale,
che consentiva di stivarne i magazzini senza pericolo di perdite,
sfamò i cittadini durante il periodo, purtroppo breve,
nel quale con le loro sole forze allontanarono dalla
città gli Austriaci, tenendoli in scacco per circa
un anno con poche armi, nessun aiuto
e tanto coraggio.
Espedita Grandesso
- Se no xe' pan xe' polenta -