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Katazen: un mondo
ineffabile...

I dieci anni
di un film "filosofico"

Matrix

NEO L'ELETTO FIGLIO DI PHILIP DICK

La famosa "matrice spazio temporale",
la realta' intesa come messa in scena e illusione,
il computer che ci programma e ci controlla:
la pellicola dei fratelli Wachowski ha attinto in modo
piu' che evidente ai romanzi del grande scrittore.

Slavoj i ek ha raccontato di avere avuto l'eccezionale privilegio
di vedere Matrix in compagnia di quello che, a suo dire,
è lo spettatore ideale del film: un idiota.
A quanto pare, il giovanotto che sedeva accanto al filosofo sloveno
era così preso dalla visione da prorompere continuamente in sonore
esclamazionei del tipo: "Mio dio, allora non esiste nessuna realtà".
Posto che sia davvero questo lo spettatore ideale,
se ne dovrebbe concludere che il mondo pullula di idioti.
Come spiegare altrimenti le montagne di dollari piovute addosso ai fratelli
Wachowski dal 31 marzo di dieci anni fa, giorno in cui Matrix uscì nelle
sale americane?
  Il segreto del suo successo consiste in buona parte nel modo in cui stuzzica
il filosofo dilettante che sonnecchia in ognuno di noi.
Alzi la mano chi, almeno una volta, non ha desiderato di risvegliarsi dalla dura
realtà quotidiana alla stessa maniera in cui ci si risveglia da un brutto sogno.
Di questo, in sostanza, parla il film.
La sostanza nuda e cruda, però, non basta,
E' dai tempi di Platone, forse addirittura prima, che l'umanita' si lambicca sulla
reale consistenza di cio' che percepiscono i nostri sensi.
E infatti, in Matrix, la sostanza nuda e cruda è infarcita di tante altre cose.
Cose che spaziano dai videogiochi al buddismo zen e consentono al film di
funzionare come una sorta di test Rorschach,
buono sia per idioti che cervelloni.
  Insomma, ognuno puo' vedere quello che vuole perchè dentro c'è di tutto.
C'è dentro tanta di quella roba che è un vero miracolo che il film stia in piedi.
Miracolo in senso lato, ben inteso.
Perchè a voler essere onesti, l'intelaiatura che tiene insieme i pezzi del
rutilante mosaico è un regalo dello scrittore piu' saccheggiato da Hollywood
negli ultimi trent'anni: Philip K. Dick,
l'uomo senza il quale film come Blade Runner, Minority Report, Vanilla Sky,
The Truman Show non avrebbero mai visto la luce.
Delle tante pellicole che per vie piu' o meno traverse discendono dalla sua opera,
Matrix è quello che piu' gli deve e che meno gli ha riconosciuto.
  Mezzo secolo fa, nel lontano 1959, Dick raccontò la storia di un uomo che
scopre a poco a poco di essere al centro di un gigantesco complotto.
La paciosa e idilliaca cittadina di provincia in cui costui crede di vivere
non è che una messa in scena,
un involucro fittizio creato per tenerlo lontano dalla guerra che infuria all'esterno
e consentire all'esercito di sfruttare i suoi latenti poteri di chiaroveggenza
senza che lui se ne renda conto.
L'analogia con lo scenario di Matrix è fin troppo palese.
Ma c'è di piu'.
Parecchi anni dopo, nel 1974, Dick fu a tal punto sconvolto da una serie
di esperienze e visioni mistiche da convincersi una volta per tutte
che la "matrice spazio-temporale" del mondo
è soltanto un'illusione, un ologramma.
  Dick passò il resto della sua vita a meditare su qual che aveva visto,
o creduto di vedere, lasciando un'enorme quantità di appunti nei quali
usò la parola "matrix" e avanzò un'ipotesi che è di fatto la fotocopia
del film dei Wachowski: "Se si ammette che la nostra realtà
consiste in una sorta di quadro proiettato, apparirà evidente
che tale proiezione deve essere opera di un Artefatto,
una macchina-insegnante simile a un computer che ci guida,
ci programma e, in generale, ci controlla, mentre agiamo
inconsapevoli della sua presenza all'interno
del nostro mondo proiettato".
  Non essendo Matrix tratto da alcun romanzo in particolare,
nei crediti non si fa la benchè minima menzione a Dick.
Una delle scene chiave, però, contiene forse un criptico omaggio.
Quando ci viene rivelato che il mondo non è che una simulazione informatica
concepita per tenere il genere umano in schiavitù,
Morpheus invita Neo a guardare in un televisore.
Lo schermo mostra una landa desolata e inospitale: la Terra come realmente è.
La tivu' in questione è un vecchio apparecchio dehli anni Cinquanta
modello Deep Image, nome dal vago sapore gnostico.
Coincidenza vuole che in quel periodo Dick lavorasse proprio in un negozio
dove si riparavano televisori.
Voluta o no è una coincidenza molto significativa,
perchè Dick si licenziò dal negozio nel 1951 dopo aver venduto
il suo primo racconto di fantascienza.
Si illudeva che da allora in poi avrebbe campato di sola scrittura;
cosa che in effetti fece se per campare si intende vivere
ai limiti dell'indigenza.
  Un destino cinico e baro lo chiamò a miglior vita pochi mesi prima
dell'uscita di Blade Runner, il film che gli avrebbe aperto
le porte della ricchezza.
Tanto per dare un'idea, il solo Paycheck tratto da un racconto
venduto a una rivista pulp per meno di duecento dollari,
ha fruttato quasi due milioni agli eredi, peraltro numerosi
perchè Dick aveva una forte inclinazione per le donne
problematiche e si sposò ben cinque volte.
Non che lui fosse una persona facile.
A sette anni gli diagnosticarono una schizofrenia latente e visse così
nel perenne incubo di perdere il lume della ragione.
Si imbottiva di anfetamine e pasticche di ogni sorta.
Soffriva di agorafobia, depressione, disturbi psicosomatici e paranoie varie,
tra cui quella che la Cia lo tenesse sotto controllo.
In gioventù aveva cullato il sogno di diventare uno scrittore "serio",
alla James Joyce, ma si vide regolarmente mortificato da editori
che gli restituivano i manoscritti con lettere di rifiuto.
La fantascienza gli diede la possibilità di esprimersi e sbarcare il lunario,
ma rappresentò anche una prigione dalla quale non riuscì mai a evadere.
L'obbligo di infilare androidi e colonie marziane nelle sue storie non gli
impedì tuttavia di usare il proprio talento per parlare della vita
di tutti i giorni mostrandola in una luce nuova,
estraniante ma mai priva di una sua logica.
  Uno dei personaggi di Illusione di potere (che Fanucci riporta in libreria
dopo una lunga assenza pagg 286, euro 16) è tormentato dai problemi
che ha con la moglie.
A forza di arrovellarsi giunge alla conclusione che all'origine di tutto
ci sia l'incapacità di ricordare il passato comune,
"i giorni in cui stavamo insieme perchè lo volevamo".
Arriva persino al punto di considerare che l'inganno è entrato nelle
vite umane il giorno in cui un bardo compose il primo poema epico
su una grande battaglia dei tempi andati.
In altre parole, l'Iliade sarebbe un falso perchè frutto del velleitario
bisogno di conservare cio' che è destinato a svanire.
L'entropia era un'altra delle ossessioni di Dick.
  Ovviamente il romanzo parla anche d'altro:
di un pianeta in guerra con razze aliene, di uno strano tipo di dittatore
che non muore mai a dispetto delle tante e gravi malattie,
di una droga letale che altera la percezione del tempo.
Ma come quasi sempre in Dick, i momenti in cui la trama della realtà
davvero si sfalda sono quelli in cui i personaggi si interrogano  sulla
malinconica precarietà dell'esistenza, su quell'inesorabile
svanire delle cose che tinge tutto d'illusione.
Matrimoni che si sfasciano, crolli nervosi, corpi che invecchiano,
oggetti che si impolverano: erano questi i temi
su cui Dick sempre ritornava.
Che è poi la ragione per cui i suoi libri, sebbene di fantascienza,
seguitano ad apparirci così umani, commoventi e tutt'altro che idioti.
Con buona pace degli spettatori ideali di Matrix.

                                 Tommaso Pincio - La Repubblica - 4 Aprile 2009


P.S.
Mi è venuto in mente un gustoso episodio raccontato da Dick nel suo libro
"Se vi pare che questo mondo sia brutto" - titolo originale "THE SHIFTING
REALITIES OF PHILIP K. DICK".
Episodio che la dice lunga sul detto "Traduttore, traditore".

"Se qualcuno di voi ha letto il mio romanzo Ubik, saprà che la misteriosa
entità, o intelletto, o forza, chiamata Ubik si presenta con una serie di
scialbi slogan pubblicitari da quattro soldi e conclude dicendo:

'Io sono Ubik. Da prima che l'universo fosse, io sono. Io ho fatto il sole e i mondi.
Io ho creato gli esseri viventi e le loro dimore. Essi vanno dove io voglio,
fanno cio' che io dico. Io sono il Verbo, e il mio nome non viene mai proferito.
Sono chiamato Ubik, ma non è questo il mio nome. Io sono e sempre sarò'.

E' evidente, da quanto precede, chi e che cosa sia Ubik:
dice espressamente di essere il Verbo, cioe' il Logos.
Nella traduzione tedesca del mio romanzo, c'è uno dei piu' formidabili errori
di interpretazione in cui mi sia mai capitato di imbattermi.
Dio non voglia che il traduttore tedeco di Ubik si metta in testa di far la
traduzione del Nuovo Testamento dal greco antico al tedesco.
Ha tradotto tutto correttamente finchè non si è imbattuto nella frase seguente:
"Io sono il verbo". E' andato nel pallone.
"Che cosa intenderà mai, l'autore?" dev'essersi domandato,
evidentemente all'oscuro della dottrina del Logos.
E così ha fatto quel che ha potuto.
Nell'edizione tedesca, l'Entità Assoluta artefice del sole e dei mondi,
creatrice degli esseri viventi e delle loro dimore, dice:

'Io sono la marca'.

Se avesse tradotto il Vangelo secondo Giovanni, immagino che il risultato
sarebbe stato questo:

'In pricipio era la marca / e la marca era presso Dio / e la marca era Dio'.

  A quanto pare, non solo vi ho portato i saluti di Disneyland,
bensì anche quelli di Mortimer Snerd.
Ecco qual'è la sorte di un autore che abbia la pretesa di introdurre temi
teologici nei suoi scritti.
"La marca, dunque, era in principio presso Dio: / tutto è stato fatto per
mezzo di lui / e senza di lui niente è stato fatto di tutto cio' che esiste".
Ecco dove finiscono le nobili aspirazioni.
Speriamo che Dio abbia il senso dell'umorismo.
  O forse dovrei dire: speriamo che la marca abbia il senso dell'umorismo... ".
                                                            
                                                              
                                  






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