Lo sconosciuto
All'improvviso Galileo sentì che aveva gia' vissuto questo momento,
che era gia' stato lì, in piedi al mercato degli artigiani del venerdì,
davanti all'Arsenale di Venezia, aveva gia' sentito uno sguardo su di lui
e aveva guardato in alto, vedendo un uomo che lo fissava,
uno sconosciuto alto, dal volto stretto e appuntito.
Come l'altra volta (ma quale altra volta?) lo sconosciuto rispose allo
sguardo di Galileo sollevando per un attimo il mento,
poi gli venne incontro attraverso il mercato, passando cautamente tra i teli,
i banchetti e le bancarelle affollate che erano sparse per tutto
il Campiello del Malvasia.
Il senso di dejà vu era così forte da dare a Galileo il capogiro,
ma una parte della sua mente rimaneva abbastanza distaccata da chiedersi
come poteva essere possibile percepire lo sguardo di qualcuno su di sè.
Lo sconosciuto raggiunse Galileo, si fermò e fece un rigido inchino,
porgendogli la mano destra.
Galileo rispose all'inchino, prese la mano offerta e la strinse.
Era stretta e lunga, come il viso dell'uomo.
In un latino gutturale dall'accento stranissimo, lo sconosciuto gracchiò:
"Siete voi Domino Signor Galileo Galilei, professore di matematica
all'Università di Padova?".
"Sono io. Voi chi siete?".
L'uomo lasciò andare la mano.
"Sono un collega di Giovanni Keplero. Lui e io abbiamo esaminato di recente
uno dei vostri molto utili compassi militari".
"Sono lieto di sentirlo", disse Galileo, sorpreso. "Io e il Signor Keplero ci scambiamo
lettere, come probabilmente vi ha gia' detto, ma non mi ha scritto nulla in merito.
Quando e dove vi siete incontrati?".
"L'anno scorso, a Praga".
Galileo annuì. Nel corso degli anni la residenza di Keplero era variata in modi che
non aveva nemmeno tentato di seguire.
In effetti Galileo non aveva nemmeno risposto all'ultima lettera di Keplero,
non essendo riuscito a finire il libro che l'accompagnava.
"E da dove venite?".
"Dall'Europa del Nord".
Alta Europa. Il latino dell'uomo era davvero curioso, diverso dalle parlate
transalpine che Galileo aveva sentito.
Esaminò l'uomo piu' attentamente, notando la sua notevole altezza e magrezza,
il suo chinarsi, i suoi occhi vicini e decisi.
Avrebbe avuto una barba fitta, ma la sua rasatura era perfetta.
Indossava una giacca e un mantello scuri e costosi,
così puliti che sembravano nuovi.
La voce ruvida, il naso affilato, il viso stretto e i capelli neri lo facevano sembrare
un corvo trasformato in uomo.
Galileo percepì di nuovo l'inquietante sensazione che questo incontro fosse gia'
avvenuto. Un corvo che parla a un orso...
"Quale città, quale paese?" Galileo insistè.
"Echion Linea. Vicino a Morvran".
"Non conosco queste cittadine".
"Viaggio molto". Lo sguardo dell'uomo era fisso su Galileo come sul primo pasto
dopo una settimana.
"Di recente sono stato nei Paesi Bassi, ed è lì che ho visto uno strumento che
mi ha fatto pensare a voi, per via del vostro compasso che, come ho detto,
Keplero mi ha mostrato. Questo congegno olandese è una sorta di...
vetro per vedere.
"Uno specchio?".
"No. Un vetro attraverso il quale guardare. O meglio un tubo attraverso cui si
guarda, con una lente di vetro a ogni capo. Fa sembrare le cose piu' grandi".
"Come una lente da gioielliere?.
"Si".
"Ma funziona solo per oggetti vicini".
"Questa funziona con oggetti molto lontani".
"Come è possibile?".
L'uomo alzò le spalle.
Che cosa interessante. "Forse è perchè ci sono due lenti", disse Galileo.
"Erano concave o convesse?.
L'uomo fece per parlare, esitò, poi alzò ancora le spalle.
Il suo sguardo si fece così fisso che gli occhi quasi si incrociavano.
Avevano l'iride marrone con qualche chiazza verde e gialla,
come il canale di Venezia al tramonto. Infine disse:
"Non lo so".
Galileo non ne fu colpito.
"Avete uno di questi tubi con voi?".
"Non con me".
"Ma ne avete uno?".
"Non di quel tipo, ma sì. Ma non con me".
"E così avete pensato di parlarmene".
"Sì, per via del vostro compasso. Abbiamo visto che, tra le sue varie
applicazioni, si puo' usare per calcolare le distanze".
"Certo". Una delle funzioni principali del compasso era valutare la gittata
dei cannoni.
Nonostante questo erano stati molto pochi i servizi di artiglieria e gli ufficiali
che ne avevano acquistato uno. Trecentosette, per la precisione,
nell'arco di dodici anni.
Lo sconosciuto continuò:
"Tali calcoli sarebbero piu' semplici se si potessero vedere oggetti piu' lontani".
"Molte cose sarebbero piu' semplici".
"Sì. E ora è possibile".
"Interessante", disse Galileo. "Potete ripetermi il vostro nome, signor... ?".
L'uomo si guardò intorno, a disagio.
"Vedo che gli artigiani si stanno preparando ad andar via. Vi sto trattenendo,
e devo incontrare un uomo di Ragusa. Ci vedremo ancora".
Con un rapido inchino si girò, e costeggiando l'alto muro di mattoni del campiello
si affrettò verso l'Arsenale, così che Galileo lo vide passare sotto l'emblema
del leone alato di San Marco, che si allungava in bassorilievo sull'architrave
dell'entrata della grande fortezza.
Per un secondo sembrò che una bestia-uccello volasse sopra l'altra.
Poi l'uomo girò l'angolo e scomparve.
Galileo tornò a rivolgersi al mercato degli artigiani.
Alcuni di loro se ne stavano effettivamente andando: piegavano i teli e mettevano
via le loro merci in scatole e ceste tra le ombre del pomeriggio.
Nei suoi quindici o vent'anni di consulenza per vari gruppi dell'Arsenale,
aveva spesso fatto un salto al mercato del venerdì per vedere cosa c'era in
mostra tra i nuovi strumenti e congegni, parti meccaniche e così via.
Ora si aggirava tra volti familiari, muovendosi per abitudine.
Ma era distratto.
Sarebbe stata un'ottima cosa riuscire a vedere oggetti distanti
come se fossero vicini. Gli vennero in mente molti utilizzi.
Ovvi vantaggi militari, in effetti.
Si fece strada verso il banco di uno dei produttori di lenti, canticchiando un motivo
di suo padre che gli tornava in mente ogni volta che era a caccia di qualcosa.
A Murano e Firenze ci sarebbero state lenti migliori:quì non trovò nient'altro che
le solite lenti d'ingrandimento.
Ne prese due, sollevandole fino a davanti l'occhio destro.
Il leone di San Marco divenne una macchia avorio sfocata.
Era un bassorilievo di scarsa qualità, vide con l'altro occhio, molto rudimentale
rispetto alle consumate statue romane che stavano sotto di lui,
a entrmbi i lati del cancello.
Galileo mise a posto le lenti sul tavolo e s'incamminò lungo la riva San Biagio,
dove attraccava uno dei traghetti per Padova.
Lo splendore della Serenissima riluceva nell'ultima parte della giornata.
Si sedette al suo solito posto lungo la riva, per riflettere.
La maggior parte della gente ormai sapeva che doveva lasciarlo in pace quando
era assorto nei suoi pensieri: s'infuriava, se veniva disturbato.
La gente ancora gli ricordava la volta che aveva spinto nel canale un marinaio
reo di aver interrotto la sua solitudine.
Una lente d'ingrandimento è convessa su entrambi i lati.
Fa sembrare gli oggetti piu' grandi, ma solo fino a quando sono vicini,
e Galileo ne sapeva qualcosa.
I suoi occhi, spesso doloranti, negli ultimi anni avevano perso acume
per le cose vicine. Stava invecchiando: era un vecchio rotondo e barbuto,
senza piu' la vista di una volta.
Una lente, soprattutto se ben molata, gli tornava sempre utile.
Era facile immaginare un molatore che, intento nel suo lavoro,
sollevasse due lenti mettendole l'una di fronte all'altra per vedere cosa succedeva.
Si stupì di non averlo fatto prima lui stesso.
Ma, come aveva appena scoperto, non succedeva poi molto.
Non riuscì a capire subito perchè, ma poteva studiare il fenomeno come suo solito.
Per cominciare, poteva almeno guardare attraverso diversi tipi di lenti
in combinazioni diverse, e vedere semplicemente cosa succedeva.
Non c'era vento. L'equipaggio del traghetto remava lentamente lungo il Canale
della Giudecca verso la laguna aperta.
Gli insulti di rito del capitano contro i rematori tagliavano le urla dei gabbiani,
come versi di Ruzante: femminucce, bambole di stracci, mia madre rema
meglio di voi!...
[... ]
Guardava il tramonto dal suo posto sulla prua del raghetto.
C'erano stati anni in cui avrebbe passato la notte in città, solitamente al palazzo
rosa di Sagredo, "l'Arca", con la sua collezione di creature selvagge e le sue
feste sguaiate. Ma ora Sagredo era ad Aleppo in missione diplomatica,
e Paolo Sarpi viveva tra i muri di pietra di una cella da monaco,
nonostante il suo incarico prestigioso, e tutti gli altri compagni
di ventura di Galileo avevano cambiato città o abitudini notturne.
No, quegli anni ormai erano passati...
Kim Stanley Robinson - Galileo's Dream -