L'enigma della Sfinge
All'enigma della Sfinge ho dedicato cinquant'anni della mia vita di antropologo.
E' d'importanza primaria che la nostra risposta sia in armonia col modo in cui
gestiamo la nostra civiltà e ciò dovrebbe a sua volta essere in armonia con
il funzionamento effettivo dei sistemi viventi.
Una difficoltà gravissima è che la risposta all'enigme è in parte un risultato
delle risposte che abbiamo già dato alle varie forme dell'enigma.
Kurt Vonnegut ci dà un consiglio nel suo solito stile beffardo:
stiamo attenti a ciò che fingiamo di essere,
perchè ciò che si finge di essere lo si diventa.
E qualcosa del genere, una sorta di autorealizzazione,
avviene in tutte le organizzazioni e in tutte le culture umane.
Ciò che le persone ritengono "umano" sarà da loro reso parte delle premesse
dei loro ordinamenti sociali;
e ciò che viene così assimilato sarà sicuramente appreso e diventerà parte
del carattere di quanti vi partecipano.
E insieme a questa autoconvalida delle nostre risposte c'è qualcosa di
ancora più serio: qualsiasi risposta favoriamo, nel diventare parzialmente
vera proprio perchè la favoriamo,
diventa anche parzialmente irreversibile. In queste faccende vi è un ritardo.
Dobbiamo andare molto ma molto cauti nel fare ipotesi sul tipo di creature
con cui abbiamo a che fare.
Abbiamo già creato una nazione di litiganti costruendo un mondo in cui si
attribuische valore monetario al danno e alla sofferenza e in cui è rischioso
non essere coperti da un'assicurazione, essere disarmati e nudi.
Inoltre le nostre idee su come rispondere all'enigma della Sfinge
sono oggi in uno stato fluido.
Ci troviamo in piena confusione: le nostre convinzioni vanno mutando con una
velocità paragonabile a quella dei grandi mutamenti avvenuti nella Grecia
classica, diciamo nel sesto secolo a.C., oppure all'inizio dell'èra cristiana.
Il nostro è un mondo strano ed esaltante in cui sono in discussione
le premesse stesse della lingua.
Qual'è la lingua del cuore? E quella dell'emisfero destro? E quella dell'Es?
E' il latino o l'inglese? O il sanscrito? E' prosa o poesia? E' una lingua parlata
o cantata? E' espressa nell'imposizione delle mani? O nella disciplina del
chirurgo, del farmacologo o del massaggiatore? E così via.
Tutto ruota intorno all'antico problema del rapporto tra "mente e "corpo",
il tema centrale delle grandi religioni del mondo.
Le vecchie credenze sono ormai logore e si brancola alla ricerca del nuovo.
Qui non si tratta di essere cristiani o musulmani o buddhisti o ebrei.
Non abbiamo ancora una risposta nuova a vecchi problemi.
Sappiamo qualcosa, molto poco, della direzione in cui stanno avvenendo
le trasformazioni, ma nulla del loro punto di arrivo.
Dobbiamo tener vivo nella nostra mente non un'ortodossia,
bensì un riconoscimento ampio e partecipe della tempesta di idee
in cui viviamo e in cui dobbiamo ingegnarci di costruire il nostro nido,
di trovare la pace dello spirito.
La "libertà" religiosa predicata dalla Costituzione americana mi sembra abbia
avuto le sue radici in un analogo periodo di fluidità.
Con "libertà" i Padri fondatori intendevano la possibilità di adorare Dio
e di concepirlo in un'infinità di modi anche contrastanti,
alimentati da tutte le eccentricità di un periodo rivoluzionario.
Evoluzione, rivoluzione e religione non dovrebbero mai essere divise.
Benissimo alla libertà religiosa, ma la religiosità è altrettanto importante
e ritengo sia stato un errore proibire l'insegnamento religioso
nelle scuole pubbliche.(1)
Ma per tornare agli aspetti più immediati dell'enigma della Sfinge,
ho fornito due elementi che possono portare a una risposta.
Il primo è che la "natura umana" si autoconvalida.
Il secondo è che nell'instabilità in cui viviamo oggi esiste un punto nodale,
ossia l'inizio di una nuova soluzione del problema mente-corpo.
Sono convinto che ne sappiamo abbastanza da poter dire che la nuova
visione sarà assai probabilmente unitaria e che la separazione concettuale
fra "mente" e "materia" sarà considerata un derivato,
un prodotto collaterale, di un olismo insufficiente.
Quando mettiamo a fuoco solo le parti, non vediamo le caratteristiche
necessarie del tutto e siamo quindi tentati di attribuire i fenomeni
che derivano dalla totalità a qualche entità soprannaturale.
"Olistico" è oggi una parola in voga: basti pensare a una locuzione come
"medicina olistica", con la quale si indica una moltitudine di teorie e di pratiche,
dall'omeopatia a all'agopuntura, dall'ipnosi alla terapia psichedelica,
dall'imposizione delle mani alla coltivazione dei ritmi alfa,
dall'induismo allo Zen, dall'umanizzazione del rapporto medico-paziente
alla totale spersonalizzazione delle diagnosi fatte in base
al tipo astrologico. E così via.
E' da molto che gli uomini sperano in soluzioni olistiche.
La parola "olismo" risale a Smuts (negli anni venti) e nell'Oxford English Dictionary
viene definita come "la tendenza in natura a produrre totalità a partire dal
raggruppamento ordinato di unità".
La riflessione sistemica sulle totalità e sulle relazioni fra l'informazione e
l'organizzazione, che consente di assegnare a questa parola un
preciso significato formale e non soprannaturale,
risale all'ottocento e a personalità come Claude Bernard (il "milieu intérieur"),
James Clerk Maxwell (il "diavoletto" e l'analisi della macchina a vapore con
regolatore, 1858) e infine Andrew Still, il "vecchio dottore",
una figura assai importante per i medici.
Still fu il fondatore della medicina omeopatica.
Verso la fine del secolo si convinse che le patologie del corpo potessero
essere provocate da uno sconvolgimento di quella che oggi chiamiamo
comunicazione, che l'organizzazione fisiologica interna del corpo fosse
una questione di trasferimento di messaggi e che la spina dorsale
fosse il principale luogo di smistamento di tutti i messaggi.
Manipolando la spina dorsale sarebbe diventato quindi
possibile curare tutte le patologie.
Still finì col diventare un po' fissato, come del resto tutti gli uomini le cui
idee sono in anticipo di un secolo, e finì col credere che le sue teorie
non solo spiegassero i molti difetti il cui epicentro è collegato alla
spina dorsale, alle sue posture e ai suoi messaggi,
ma che potessero essere anche applicate alle
invasione batteriche e così via.
Ciò gli procurò dei guai, ma nonostante tutto egli fu uno dei primi olisti
proprio nel senso che io voglio dare a questa parola.
Oggi naturalmente non c'è più niente di strano nell'idea che la patologia
sia una sorta di disarmonia o discrepanza, un blocco o uno scompenso
nell'ecologia interna del corpo.
Perfino in patologie "di origine fisica" come le fratture ossee si
comincia a portare l'attenzione anche sull'idea dell'osso spezzato
e sulla risposta a questa idea.
Queste trasformazioni concordano con gran parte della riflessione
contemporanea in tutti i settori della biologia.
Il passo successivo è prevedere che entro i prossimi vent'anni
questo modo di pensare apparterrà anche all' "uomo della strada"
e costituirà la base necessaria di un tipo di eredibilità diffuso in
tutta la società e comune allo scienziato e al profano,
al medico e al paziente.
La vecchia credibilità è ormai logora e la nuova avanza a velocità
sorprendente.
In effetti stiamo imparando ad affrontare la tendenza del mondo
a generare totalità fatte di unità collegate tra loro dalla
comunicazione.
E' questo che rende il corpo una cosa viva e operante
come se avesse una mente - e di fatto ce l'ha.
(1) Il padre di Gregory, che era ateo, obbligò i figli a leggere la
Bibbia perchè non diventassero "atei ignoranti".
Gregory Bateson, M. C. Bateson - Dove gli angeli esitano -