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Jean-Marie Straub*

IL FUTURO NON ESISTE SENZA MEMORIA

Una volta ho conosciuto una donna, si chiamava Susan Sontag.
Era andata in Vietnam ed era tornata.
La incontrai per caso, un giorno, a New York e mi disse: sai perchè
i vietcong hanno vinto la guerra?
Sai perchè la guerriglia è riuscita a sconfiggere gli Stati Uniti d'America,
la più grande potenza economica e militare del mondo?
Perchè i vietnamiti hanno memoria.
Perchè, per ogni situazione del presente, loro hanno da richiamare un ricordo
del passato dal quale attingere esperienza e saggezza:
ogni avvenimento ha una corrispondenza con un altro, accaduto cinque minuti
o cinquecento anni prima.
Per questa ragione, secondo lei, erano riusciti a vincere.
Il male peggiore del nostro tempo, invece, è la fuga in avanti.
Quest'ansia di sviluppo, di crescita senza fine, che ci condanna a scoppiare
come una rana che si è fatta più grossa del bue.
Già all'inizio del '900 Walter Benjamin aveva capito che la rivoluzione
è il salto della tigre nel passato, non è la fuga in avanti,
non è il progresso fine a se stesso.
Per questo credo nel cinema, perchè vuole ricostituire la memoria.
Dare un giusto peso alla storia è una delle sue funzioni ed è quello
che io ho cercato di fare in tutti i miei film.
Per i capricci della storia e del destino, vivo e lavoro in Italia da
abbastanza anni per essermene innamorato e per aver capito
quanto sia smemorato questo Paese: smemorato perchè
profondamente colonizzato dalla cultura capitalista americana.
Bisogna lasciarsi alle spalle il passato e la memoria per lasciarsi
colonizzare, ed è quello che l'Italia ha fatto con sempre maggiore
determinazione dal dopoguerra a oggi:
lo scenario politico disegnato dalle ultime elezioni ne è l'ennesima,
allarmante conseguenza.
Questo è il Paese dove ogni scheletro si sistema nell'armadio,
in cui tutto viene rimosso, in cui tutto cade nel pozzo dell'indifferenza.
L'Italia, invece, dovrebbe ripartire da zero, guardando indietro per vedere
meglio avanti: fare la rivoluzione vuol dire, prima di tutto,
rimettere a posto le cose antiche, ridare un valore
a quelle dimenticate.
Io non sono particolarmente ottimista, ma la storia è piena di sorprese.
Nel terzo dei dei suoi Dialoghi con Leucò, Il Diluvio, Cesare Pavese parla
dell'ira della natura che spazza via la storia corrotta e dice:
"Vedrai che il mondo nuovo avrà qualcosa di divino nei suoi più labili mortali".
Forse ha ragione, forse questa amnesia non è un processo irreversibile.

*Regista, autore insieme alla moglie Danièle Huillet di Una visita al Louvre,
è stato Leone speciale alla Mostra del cinema di Venezia 2006 per
"L'innovazione del linguaggio cinematografico".
                                                                              
                                                                                  La Repubblica delle Donne
                                                                                        - 31 Maggio 2008 -

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