Istruzioni a uso interiore
UNA STORIA A DUE, PER ESSERE TALE E NON CADERE NELLA FUSIONE
O NELL'ASSORBIMENTO, RICHIEDE SOLITUDINE.
SOLTANTO CHI SA VIVERE DA SOLO PUO' APRIRSI DAVVERO ALL'ALTRO.
ENZO BIANCHI* RACCONTA PERCHE' SERVE UNA RICERCA PERSONALE.
Se è vero che la solitudine è un elemento antropologico costitutivo
- si nasce e si muore da soli - è anche vero che l'uomo è un
essere sociale fatto per la relazione.
Tuttavia solo chi sa vivere solo sa anche vivere
pienamente le relazioni.
Certo, non ogni solitudine è positiva: ci sono forme di fuga dagli altri
che sono patologiche, c'è sopratutto quella cattiva solitudine
che è l'isolamento, la chiusura rispetto agli altri,
la paura dell'alterità.
Ma tra isolamento, chiusura e mutismo da un lato e bisogno della
presenza fisica degli altri,
dissipazione nel continuo parlare e attivismo smodato dall'altro,
la solitudine è equilibrio e forza.
Guida l'uomo alla conoscenza di sè, e gli richiede molto coraggio.
Il silenzio è il custode dell'interiorità,
e non si tratta solo dell'astenersi dal parlare ma del silenzio interiore,
quella dimensione che ci restituisce a noi stessi
e ci pone sul piano dell'essere
di fronte all'essenziale.
LA VITA "PROFONDA" COMINCIA QUANDO SI HA LA POSSIBILITA'
DI PORSI DOMANDE FONDAMENTALI:
CHI SONO? DA DOVE VENGO? DOVE VADO? CHI SONO GLI ALTRI PER ME?
Queste domande, se si è persi a chiacchierare ,
a stare costantemente in mezzo agli altri,
non possono avere risposta.
Abbiamo bisogno di silenzio, che di solito è definito negativamente come
sobrietà e disciplina nel parlare e perfino come astensione da parole,
ma che già dal primo momento a una dimensione interiore,
cioè a far tacere i pensieri, le immagini,
le ribellioni, i giudizi e i mormorii
che nascono dal cuore.
Ricordo che quando ero giovane, i libri che leggevo sulla vita interiore erano
i testi degli autori non credenti: Jean-Paul Sartre, Alberto Moravia,
i libri di tanti atei che sentivano questo bisogno intimo.
Allora la vita interiore diventa un cammino umano che va percorso.
Se vediamo crescere la barbarie, l'abbrutimento,
è perchè manca una ricerca personale.
Non vengo da una famiglia contadina: mio padre faceva lo stagnino,
un mestiere estremamente umile.
Abitavamo in un paese, in Monferrato, ed eravamo molto poveri.
Ma io a 11 anni sentivo una grande passione per l'orto,
che vedevo fare nel paese dalle altre famiglie.
Allora chiesi a mio padre di affittarmi un pezzettino di terra,
che era distante sessanta metri dalla nostra casa.
Lui me lo affittò ridendo, e invece io cominciai molto
seriamente a tenere l'orto:
con una predilezione che conservo ancora oggi per le piante aromatiche.
Rosmarino, maggiorana, timo, basilico.
Ancora oggi mi accompagnano ovunque:
vicino alla mia cella ho fatto un orto come quello di quando ero piccolo.
Mi dà la possibilità di un rapporto con la terra di cui sento il bisogno:
è davvero la maternità della terra che mi è vicina.
E' una dimensione che mi ha dato sapienza negli anni.
L'orto significava anche avere qoalcosa per me.
C'è un proverbio che mi diceva sempre mio padre:
"L'orto ha bisogno di terra, di acqua e di una ciuenda".
Ciuenda, in monferrino, significa una siepe che chiude, un reticolato.
Allora si faceva con delle canne.
Perchè l'orto deve essere chiuso, teme la devastazione degli animali
selvatici: un recinto serve.
QUESTA IDEA DEL RECINTO, DI UN LUOGO CHE STA IN COMUNIONE CON
IL MONDO MA E' ALLO STESSO TEMPO DISTINTO, PROTETTO,
E' IMPORTANTE IN TUTTI I CAMMINI SPIRITUALI.
Per questo l'orto chiuso è una delle metafore più significative
della vita dello spirito.
Il slenzio mi è stato pesante da giovane.
Oggi che ho una certa vita pubblica, che esco dal monastero per
incontrare la gente, non lo soffro più.
A 64 anni comincio davvero ad assaporarlo:
mi dà pace, gioia, serenità.
A 30 anni, magari, quando ero nel pieno della vitalità e vivevo in totale
solitudine nel mio monastero a Bose, talvolta era difficile:
avevo pochissimi ospiti e d'inverno rischiavo di passare mesi interi
senza parlare con nessuno.
Il desiderio di una vita ritirata dal mondo non so bene quando mi è nato.
So che è stato un processo lento.
Ma aver letto fin da giovane alcuni autori antichi,
come i fondatori del monachesimo o i padri del deserto,
ha lavorato in me senza che me ne accorgessi.
Da ragazzo sembravo orientato verso la vita pubblica:
avevo posti di responsabilità, ero molto esposto nel Partito Cristiano allora.
Poi, un'estate, nel '65, passai dei mesi con l'abbè Pierre
nelle banlieue francesi.
Tornai molto cambiato da quella esperienza:
ho sentito che la mia vita era più feconda se facevo il cammino monacale,
se prendevo una certa distanza dalla politica e dal mondo,
piuttosto che buttarmici dentro a capofitto.
Oggi molte persone frequentano i monasteri, e disertano la vita della chiesa.
Non so se ci sia un legame, forse no.
Ma di sicuro cercano una via più profonda.
Quello che trovano nei monasteri non lo trovano nelle parrocchie.
Nei monasteri trovano delle risposte al loro bisogno di liturgia,
meditazione, silenzio.
Il rischio, spesso, è che nella pastorale ordinaria, in chiesa,
si privilegi il volontariato, la carità, l'azione sociale:
tutte cose necessarie,
ma così il bisogno di spiritualità viene dimenticato.
Invece mai come oggi abbiamo bisogno di non agire,
di fermarci a pensare.
Per fare della propria vita un'opera d'arte abbiamo bisogno di fare
come l'artista che scolpisce.
Ogni tanto si distanzia, va lontano per osservare l'opera che sta facendo.
Abbiamo tutti bisogno di momenti in cui tralasciamo quel che facciamo,
il nostro lavoro, il quotidiano, lo stesso ritmo:
per prendere le distanze e giudicare se quel che facciamo è adeguato a noi.
Per capire se è qualcosa che serve alla nostra umanizzazione.
Questo è il "fuge" di cui parla un famoso detto di un padre del deserto:
"fuge, tace, quiesce".
E così la prima cosa è prendere la distanza da quel che si è.
E non si tratta di fuggire, ma di andare verso se stessi.
Poi c'è tace: questa possibilità del silenzio per non ascoltare le
troppe parole che ci ingonbrano.
Le parole di cui siamo circondati, le parole che ci diciamo,
non ci consentono di sentire le voci più flebili e deboli,
che spesso sono quelle più profonde dentro di noi.
Infine "quiesce", ossia "cerca la pace".
Persegui la tranquillità, spegni la violenza che ti abita, la rabbia.
La solitudine allora è essenziale alla relazione,
consente a questa di essere vera.
Capacità di solitudine e capacità di amore sono proporzionati.
Scrive Simone Weil:
"Preserva la tua solitudine. Se mai verrà il giorno in cui ti sarà dato
vero affetto, non ci sarà contrasto fra la solitudine interiore e l'amicizia;
anzi, proprio da questo segno infallibile la riconoscerai".
Nota Marie-Madelene Davy:
"La solitudine è faticosa solo per quanti non hanno sete della loro intimità
e che, di conseguenza, la ignorano".
La povertà materiale è importante per trovare la quiete.
Non la miseria, che invece è un ostacolo a una vita interiore:
l'uomo che deve pensare in maniera urgente a soddisfare i bisogni primari
perchè è nudo o ha fame,
è difficile che possa concedersi il lusso di sentire la propria interiorità.
Ma se per povertà intendiamo una semplificazione,
e sopratutto una condivisione, allora si.
QUESTA POVERTA' E' RICCHEZZA PERCHE' MOLTIPLICA LE RELAZIONI,
FA EMERGERE L'AMORE.
L'UNICA VIA E' CONDIVIDERE QUELLO CHE SI HA: TUTTO CON GLI ALTRI,
MAI NULLA SENZA L'ALTRO.
C'è tanta solitudine subita, poche volte è scelta.
E' forse anche l'isolamento: persone che si isolano
o che si sentono isolate.
C'è una solitudine negativa che oggi opprime uomini e donne,
che attenta alla loro dignità e che minaccia la loro vita.
La solitudine e il silenzio se sono assunti nella libertà sono grandi valori,
altrimenti sono grandi frustrazioni. (Testo raccolto da Carlotta Mismeti Capua)
*Enzo Bianchi è il fondatore e priore della Comunità monastica di Bose.
E' una delle voci più ascoltate dell'esperienza ascetica.
Esperto di mistica e di spiritualità, è autore di commenti a libri della
Bibbia (Genesi, Cantico dei Cantici, Apocalisse).
Tra le sue pubblicazioni Le parole della spiritualità (Rizzoli) e
La differenza cristiana (Einaudi).
E' inoltre tra i promotori del festival Torino Spiritualità
La Repubblica delle Donne
24 Novembre 2007