HOME        FAQ       HAIKU        STORIE        INTERVISTE        INEFFABILITY         
Katazen: un mondo
ineffabile...


Gregory Bateson

INTERVISTA A GREGORY BATESON A CURA DI "PSYCHOLOGIE"


D. Cosa intende quando dice che le mode di pensiero XIX secolo hanno
rapidamente fatto bancarotta?

  R. Noi abbiamo la tendenza a pensare per astrazioni,
ma le astrazioni rappresentano male il mondo reale.
Questo errore viene in gran parte fin dalla rivoluzione industriale.
  Le scienze naturali hanno sviluppato l'idea che le quantità fossero buone,
e le misure valide; e hanno permesso l'errore di supporre che i numeri
fossero una sorta di quantità.
Così noi diamo una fiducia cieca alle statistiche,
che trattano i numeri come se fossero quantità.
In realtà, il numero e la quantità hanno origine da due diverse
sorgenti logiche.
I numeri sono distinti.
Possono essere precisi: uno, due, tre, quattro, cinque...
Sei non è certo sette.
Le quantità invece sono sempre approssimative.
Non si può avere un litro d'acqua: è sempre un litro,
più o meno un certo errore;
a un dato momento, per esempio, qualche molecola di quel litro
potrà evaporare.
  Noi, in quanto occidentali, pensiamo in termini dinamici, transitori:
qualche cosa agisce, o è fatta agire (o non agire) su un'altra cosa.
Non sono che le parti di un sistema completo,
ma il nostro linguaggio - e di conseguenza il nostro pensiero -
ci porta a concepirle semplicemente in modo lineare,
non come un circuito completo.
 
  D. Perchè dunque persistiamo in questi modi di pensare "errati"?

  R. Perchè questi modi consentono alla cupidigia il sopravvento.
"Più" è sempre meglio che "meno": è il credo della cupidigia.
Ma questo non è mai vero biologicamente.
C'è sempre un valore ottimale al di là del quale tutto diviene tossico:
l'ossigeno, il sonno, la psicoterapia, la filosofia.
Ma noi ignoriamo questi limiti, perchè la cupidigia ha
seminato il disordine.
Le variabili biologiche hanno sempre bisogno di equilibrio.
Ma noi tendiamo a spingerle oltre l'equilibrio oltre il confine in cui
l'equilibrio, è ancora possibile.
Il desiderio di andare oltre il limite ci nasconde il fatto che facciamo
tutti parte di uno stesso insieme (...)
 
D. Se si dà veramente un sistema conchiuso, in cui non è possibile isolare
una singola componente senza snaturare il tutto,
che conseguenze ne derivano nella vita degli uomini?

  R. Mi domanda se penso che noi siamo una specie in pericolo?
Sì. L'ordine di grandezza del pericolo sembra essere legato al fatto
che le specie più grandi sono le più minacciate,
come la balena o i grandi mammiferi africani.
Noi siamo più o meno il numero dieci della lista.
  Per vedere i segni di questa distruzione imminente,
non è necessario andare troppo lontano.
Per esempio, a New York si possono vedere in quartieri enormi file e file
di edifici vuoti da affittare.
Ma forse questo fa anche parte di un ciclo naturale.
In fondo, noi viviamo solo grazie alla natura autolimitativa degli individui.
E' molto importante per lei che io muoia:
lei ne ha bisogno!

  D. Perchè?

  R. Ebbene, se io sopravvivessi, continuerei a scrivere libri e a tracciar
parole sulla lavagna, non ci sarebbe più spazio perchè lei
(o qualcun altro) possiate scrivere parole sulla lavagna.
Come si dice in Nuova Guinea: "gli escrementi saliranno fino al pavimento".
E' la morale del loro mito sull'origine della morte.
  I popoli che ho studiato in Nuova Guinea vivono in case costruite su
pilastri a circa otto piedi dal suolo.
Quando hanno un bisogno, specie quando piove,
spostano una tavola del pavimento, si accoccolano sopra il buco,
poi tornano a dormire.
Secondo il mito, gli uomini sono immortali fino al momento in cui,
alla fine, gli escrementi raggiungono il livello del pavimento.
A questo punto decidono che la morte è necessaria.
Ma un conto è avere a che fare con un individuo "autolimitativo",
altro è avere a che fare con una società,
o una specie "autolimitativa" - come forse è la nostra.

  D. Quali sono le tappe fondamentali nello sviluppo della sua riflessione?

  R. Uno spirito orientato verso i modelli (come fu mio padre) è uno dei
fattori fondamentali che permettono al vento dell'ispirazione
di soffiare sulla mente.
I lavori di mio padre mi hanno aiutato a uscire dalle false piste
su cui mi ero avviato all'inizio.
Questo ha cominciato ad avere per me un senso positivo solo
dopo la seconda guerra mondiale,
quando ho partecipato ad alcune conferenze presso la Macy Foundation,
dove il gruppo di Norbert Wiener studiava la cibernetica.
  Da lì, ho cominciato a meditare su quella "conoscenza più vasta" che è,
per esempio, il cemento che collega le foreste di sequoia ai gruppi umani.
Ho cominciato a pensare che le idee fuori moda
sull'epistemologia - in particolare quella umana - erano il riflesso di una
fisica desueta e impropria, data la debolezza delle nostre conoscenze
sull'universo vivente.
Queste teorie umane fondate in realtà sulla più animale,
la più inadatta e la più lunatica delle psicologie,
rendono improbabili le premesse su cui si potrebbe tentare di rispondere
all'interrogativo del salmista: "O mio dio, cos'è l'uomo?".
  E' l'epistemologia la colpevole.
E' questa ristrettezza di vedute che ci impedisce di scorgere il modello
che collega le cose.
Vale a dire un metamodello: un modello dei modelli.
  Per la maggior parte del tempo noi non arriviamo a scorgerlo.
Fatta eccezione per la musica, siamo stati abituati a considerare
i modelli come cose statiche.
Certo, è il metodo più facile e più comodo,
ma è realmente un nonsenso.
La verità è che il metodo corretto per iniziare a riflettere
sul "modello di relazione" è di concepirlo come una danza di parti
in interazione, solo in modo accessorio ostacolate da
differenti tipi  di limiti fisici:
i limiti che gli organismi impongono per abitudine e così via.

D. Noi ci interessiamo al modo in cui gli individui strutturano le interazioni,
le credenze, le attitudini, i ruoli...

  R. Si, ma gli studiosi comportamentali hanno l'abitudine di cercare
delle quantità, è così che non colgono i fattori realmente importanti.
Ciò porta, per esempio,
a una sorta di comprensione sterile del fenomeno sociale,
che io chiamo "conoscenza soporifera".
Ho preso questo termine da Molière.
Alla fine del suo "Borghese gentiluomo", c'è una scena nel corso della
quale dei medici medievali passano un esame orale
di dottorato a un candidato.
Gli domandano: "Perchè l'oppio fa dormire?".
E il candidato risponde trionfalmente:
"Ciò deriva, illustri signori, dal fatto che contiene un principio soporifero".
Applaudono tutti, e dicono che la risposta è proprio buona.
Così, lei può constatare che un gran numero di spiegazioni offerte dalla
psicologia sono di questo tipo.
L'aggressione è spiegata con un "istinto aggressivo".
E via di seguito.
Questo tipo di spiegazione suppone che la causa di un comportamento
è una parola astratta derivata dal nome di quel comportamento stesso.

  D. Qual'è allora l'alternativa?

  R. Ebbene, l'alternativa all'oppio è considerare le relazioni
tra l'oppio e il paziente,
e cercare un metodo di indagine della biochimica di ambedue.
Lì si trova la risposta: nella relazione.
Supponiamo due persone, A e B, in relazione.
Alcuni psicologi esaminano A e dicono che gioca un ruolo dipendente,
mentre B assume un ruolo dominante.
Visto così, un ruolo è soltanto una metà della relazione,
di cui la seconda metà è assunta dall'altro.
Tutte le tipologie sono ingannatrici,
non sono altro che elenchi di parti.
Il linguaggio descrittivo della psicologia utilizza parole
quali "gioco", "crimine".
Queste non sono parole che individuano frammenti di comportamento.
Sono parole che indicano modi di organizzare un comportamento.
  Sono modelli di organizzazione e i frammenti di
questi modelli non sono dei modelli.
Non è giusto punire un uomo per un frammento di comportamento,
come la "criminalità": ciò non lo libera dal modello,
non fa che portarlo a "lavorare" il modello con più furbizia
per non essere punito.
Da migliaia di anni, la gente ha cercato di punire frammenti di modelli.
Ogni volta che una tipologia degli individui prende piede,
bisogna fare lo sforzo di interrogarsi sui  processi
sociali e i contesti di educazione
che determinano o spiegano
questa stessa tipologia.
Il problema tra gli psichiatri è che essi hanno perduto il contatto
con i fondamenti dell'epistemologia.

  D. Vuol dire che gli psichiatri fanno delle supposizioni sugli individui
non basate sulla realtà?

  R. Sono abituati a un modello falso, derivato dalle scienze dell'800.
L'entità clinica è vista come una certa cosa (soporifera),
che risiederebbe all'interno del paziente.
Ciò che non vogliono vedere è che dare un nome a questa "cosa"
non è sufficiente per conoscerla.
La mappa non è il territorio.

  D. Che differenza fa rispetto alla terapia?

  R. Il terapeuta dice implicitamente al malato:
"Lei deve controllare la sua aggressività".
  Che è efficace più o meno quanto chiedere a un alcoolista
di controllare il suo alcoolismo.
Ciò conduce solo a una grande sofferenza,
a un aggravamento della situazione:
causato però dal medico,
non già dalla malattia.
La sofferenza è un prodotto inevitabile dell'azione guidata dall'ignoranza.
Guardiamo la storia della psichiatria: l'insulina, la lobotomia,
l'elettrochoc, la ferocia del disprezzo popolare
hanno contribuito a quell'aumento della
sofferenza che va sotto il nome
di schizofrenia.

  D. Il suo esempio sugli escrementi che raggiungono la piattaforma
lascia pensare che anche la sua visione della vita,
e della sua fine naturale, non coincida con
il modello tradizionale.

  R. Il mese scorso sono andato al Centro medico e mi hanno scoperto
un cancro inoperabile.
Mi hanno raccomandato un trattamento con i raggi,: ho rifiutato.
Ho 73 anni. Non mi hanno dato un termine di tempo.
Ma alla mia età, anche senza cancro, la mia attività non è più
molto buona già da tre anni.
Tutto ha una fine.
Forse potrei arrivare fino a 80 anni, e diventare un rottame.
Ma in ogni caso sono ai miei ultimi rounds.
Il tipo di dramma che preoccupa i medici in presenza del cancro
di un uomo di 73 anni è per me privo di interesse,
benchè ne sia il principale interessato.
Gli avvertimenti del medico non fanno che sottolineare un poco di più
la mia età; questo è tutto.
Il mio editore mi spinge da anni a terminare i libro cui sto lavorando:
si tratta di un nuovo punto di vista sull'evoluzione.
Fin qui la sua insistenza non è servita a nulla,
ma adesso io rifiuto tutti gli inviti,
per poter terminare quest'opera.
  E' un libro che tratta dell'analogia formale tra l'evoluzione
biologica e il pensiero creativo o educazione (1).
  I biologi conoscono la coevoluzione delle piante e delle farfalle,
delle praterie e degli animali iugulati.
Ma c'è anche coevoluzione nei processi di pensiero.
Ad esempio, gli evoluzionisti e la chiesa si sono evoluti parallelamente,
hanno reagito reciprocamente.
  Se consideriamo le basi storiche del pensiero di Darwin,
non siamo più prigionieri del fantasma di Darwin.
Penso che la mia disputa con questo fantasma sia la seguente:
io vedo nell'evoluzione due processi stocastici,
là dove Darwin ne vede uno solo, "stocastico" viene da una parola greca
che designa il tiro con l'arco su un bersaglio.
Un processo stocastico evoca un fattore causale,
imprevedibile, come la dispersione delle frecce,
che comporta la selezione di un sottoclasse,
poichè solo le buone che raggiungono
il bersaglio sono trattenute.
Nell'evoluzione, vi sono in realtà due processi che si svolgono
separatamente e si riuniscono solo nel processo finale
dell'evoluzione nel suo insieme.
C'è dal principio il primo processo casuale della variazione
genetica nell'organismo,
all'interno del quale certi sviluppi sono trattenuti,
perchè sono interiormente tollerabili.
  Poi c'è un altro processo stocastico,
in cui l'aggiustamento esterno con l'ambiente,
è il primo fattore richiesto.
In questo modo,
c'è una doppia forza che traccia il contorno delle cose,
l'una all'interno dell'organismo,
l'altra nel suo ambiente.
Per i darwiniani, il primo fattore essenziale della selezione evolutiva
è l'adattamento esterno.
Essi ignorano i meccanismi interni che evolvono
verso un migliore adattamento.

  D. I modelli di cui lei parla e in cui siamo implicati sembrano
oltrepassare ciò su cui si può far presa...

  R. Esiste una mente più vasta di cui la mente dell'individuo
è solo un sottosistema.
Questa mente più vasta è forse quella che alcuni chiamano Dio.
Ma è immanente nel sistema sociale totale, interumano,
e include l'ecologia planetaria.
Sono sicuro che vale la pena di cercare di percepire questa rete
di modelli e di conoscenze...
In un certo senso noi la conosciamo già,
e al tempo stesso noi non la conosciamo...
Siamo tremendamente accerchiati da voci schiamazzanti,
che ci parlano del senso comune più trito...

  D. Piuttosto che...

  R. Di saggezza, se esiste.


(1) Si tratta di Mente e Natura, Adelphi, Milano 1983.


                                                                  Essere secondo Natura
                                                                    N.7 Novembre 1986
Ritorna a: Interviste
Locations of visitors to this page