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Katazen: un mondo
ineffabile...


Giorgio Ambrosoli (1939 - 1979)

"A quarant'anni, di colpo, ho fatto politica in nome dello Stato
e non per un partito".
Era il 25 febbraio del 1975 quando Giorgio Ambrosoli scrisse queste parole
in una lettera alla moglie Anna.
Aveva appena completato la faticosa ricostruzione dello stato passivo della
Banca privata italiana, cuore dell'impero di Michele Sindona,
di cui la Banca d'Italia aveva disposto la liquidazione coatta.
Intuiva che la sua vita da quel momento era a rischio ma era orgoglioso
di quanto era riuscito a fare.
  Ambrosoli, che fu nominato commissario della Banca privata nel 1974,
era un professionista milanese non molto in vista.
Avvocato contro la volontà del padre, che avrebbe preferito una carriera
in banca, sposato con tre figli, si era "fatto le ossa" nel 1964 con il fallimento
della Sfi, una finanziaria "vicina" a Giuseppe Pella, pezzo da novanta democristiano.
Il buco era di 70 miliardi delle lire di allora.
  Ambrosoli, cresciuto in un ambiente conservatore, da giovane aveva simpatizzato
per l'Unione monarchica e per la Gioventù liberale.
Era un borghese, sì, ma non qualunque. Era un eroe borghese,
come lo dipinse Corrado Stajano in un bellissimo libro del 1991.
Quando accettò l'incarico dal governatore Guido Carli,
probabilmente non immaginava i guai cui sarebbe andato incontro.
Ma gli bastò pochissimo per rendersi conto che dietro quel crac si nascondeva
un intreccio di politica, finanza, poteri costituiti e poteri occulti, malavita.
Giorno dopo giorno si imbattè in documenti che provavano come il bancarottiere
siciliano fosse legato a filo doppio a politici di primo piano (Giulio Andreotti,
soprattutto, e la sua corrente Dc, ma anche Amintore Fanfani),
banchieri burattini (Ferdinando Ventriglia, Mario Barone, Roberto Calvi),
uomini di chiesa troppo legati alle cose terrene (Paul Marcinkus e il suo Ior,
torbidi manovratori della massoneria (Licio Gelli e la sua loggia P2 che fu
scoperto solo parecchi anni dopo), magistrati manovrabili (Carmelo Spagnuolo,
Antonio Alibrandi, Luciano Infelisi), capibastone della mafia.
  Umberto Ambrosoli è il figlio minore di Giorgio.
Oggi ha poco meno di quarant'anni e ha dedicato Qualunque cosa succeda (Sironi)
alla memoria di suo padre.
E' una meticolosa ricostruzione della vicenda Sindona, inquadrata nella storia
dell'Italia di quegli anni, che però ha sullo sfondo la vita di una famiglia
come molte altre: la sua.
E così cio' di cui Giorgio Ambrosoli deve occuparsi nell'ambito del suo difficile
lavoro di liquidatore di quell'impero del male, diventa anche un fatto privato.
Scrive Umberto: "Toccare con mano la disinvoltura con la quale lo Ior ha
operato assieme a Sindona genera in papà una sorta di imbarazzo,
quasi una crisi della dimensione spirituale. Ma per noi tre continua
a volere una formazione religiosa".
Sembra di vederlo quest'uomo probo e credente che scopre come la gerarchia
del Vaticano trafficasse con i peggiori lestofanti.
E che si pone il problema: continuare o no ad allevare i figli nel rispetto dei
valori di cui quelle persone dovrebbero essere i custodi?
  Ambrosoli era schivo ma sapeva anche parlar chiaro.
Nell'aprile del 1977 replicò così, in un'intervista, alle accuse di incompetenza
contenute in un esposto di Sindona contro di lui: "Sono uno specialista in
crac bancari. Nel 1965 mi sono dovuto occupare del dissesto della Sfi;
dieci anni dopo ho cominciato a mettere il naso nell'impero Sindona.
Sarà un caso, ma ho sempre visto spuntare fuori nomi democristiani".
  Non sopportava che i soldi dei contribuenti potessero sevire per
puntellare le traballanti sorti di Sindona.
Nella sua relazione di commissario liquidatore commentò così un prestito
effettuato dal Banco di Roma di Ventriglia alla Banca privata:
"Sorprende e addolora che 100 milioni di dollari siano stati spesi da
un'azienda pubblica, quale il Banco di Roma, quasi per nulla".
  Umberto Ambrosoli rivela anche che suo padre in qualche modo era
attratto da Sindona di cui conosceva ormai tutto senza peraltro
averlo ma incontrato: "E' un uomo curioso papà: e ora è incuriosito
dell'uomo Sindona. Da quattro anni è come se vivesse a contatto con lui,
ogni giorno; ha sgarbugliato la matassa compatta che quello aveva creato;
ha riconosciuto la sua intelligenza e abilità e il loro malizioso utilizzo,
che certo non puo' stimare. Doti sprecate".
Così, nel dicembre 1978, quando si reca a New York per rendere una
testimonianza in tribunale, Ambrosoli passa davanti al Pierre,
l'albergo dove sa che vive (agli arresti) colui che dopo
pochi mesi lo farà uccidere da un sicario della mafia.
Scrive sulla sua agenda: "Cerco inutilmente Michele
Sindona passando davanti al Pierre".

                                                                    Orazio Carabini
                                                                     Il Sole 24 Ore
                                                       DOMENICA 17 MAGGIO 2009-N. 134


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