François Cheng
François Cheng è nato due volte. La prima a Nanchang nel 1929.
Madre e padre sono due brillanti intellettuali, tra i primi borsisti cinesi
ad avere studiato negli Stati Uniti.
Non lo chiamano François: quel nome verrà dopo, nella vita successiva.
Lo chiamano invece Baoyl.
La seconda volta nasce da adulto, a Parigi, nel 1971. quando viene
naturalizzato francese.
E' difficile dire di chi sia figlio, a quel punto: se della Francia, dove approda
nel 1949, di certi incontri (con la moglie Micheline, ma anche con Roland
Barthes e Jacques Lacan) o dalla tenacia di emigrato alle prese con una
lingua troppo diversa, per tanti anni impossibile da parlare,
figuriamoci da scrivere.
Forse è figlio di tutto questo, e anche di altro lasciato indietro:
figlio di se stesso, insomma.
E infatti si sceglie il nome da solo, François, François Cheng.
Un nome francese già dal significato, accostato al suo cognome cinese:
quest'unione impossibile è augurio, mappa e presagio.
Cheng da subito mantiene le premesse e scrive, ricorrendo agli strumenti
di analisi dello strutturalismo francese, un saggio sull'opera poetica del
compatriota Zhuang Ruouxu, della dinastia Tang.
Il testo si fa notare, e approda agli uffici della casa editrice Seuil,
che gli commissiona una nuova opera.
Nasce così un classico, La scrittura poetica cinese, che, insieme a
Il vuoto e il pieno, è una lettura irrinunciabile per chiunque voglia
avvicinarsi all'estetica cinese e alle suggestioni della filosofia Tao.
Chiari di luna, nuvole, draghi, corsi d'acqua e paesaggi si svelano,
al di là della loro indecifrabile delicatezza, per ciò che realmente sono:
elementi di un vibrante racconto del mondo e della vita.
Uomo-ponte che scrive e traduce in e da entrambe le lingue, poeta e
romanziere, Cheng, a partire dagli anni Ottanta, ottiene riconoscimenti
con andamento vorticoso.
Nel 2002 ha addirittura l'onore, primo e unico asiatico, di essere eletto
membro dell'Accademia di Francia.
Nelle librerie d'Oltralpe è da poco uscito il suo ultimo saggio,
Cinque meditazioni sulla bellezza, che indaga il tema in un costante
andirivieni tra Oriente e Occidente.
In un pomeriggio d'estate, François Cheng ci riceve a Parigi,
negli uffici dell'editore Albin Michel, poco lontano dal suo studio.
Senza fretta, e scegliendo con attenzione ogni parola,
ci racconta se stesso e le sue opere, finendo per parlare di noi.
Professore, lei vive da molti anni in Francia dove gode di grande prestigio.
Non ha però mai nascosto le difficoltà degli inizi, legate sopratutto
all'apprendimento della lingua.
"Abbandonare la propria lingua materna è sempre una forma di sacrificio,
ma fra il cinese, che è fatto di ideogrammi, e il francese, che è una lingua
fonetica, esiste uno scarto gigantesco. In più io avevo l'ambizione di scrivere.
Però questa sfida mi metteva in una situazione di grande privilegio:
io, che ero già adulto, mi trovavo a vivere la vertigine di rinominare le cose
a una a una, come in una nuova nascita.
Allo stesso tempo il legame con la mia prima lingua, che essendo ideografica
è carnalmente connessa all'universo, è rimasto sempre forte.
Il cinese alimenta tutt'oggi, con la sua sensualità e le sue immagini,
anche la mia scrittura francese".
Il suo saggio Il vuoto e il pieno ha permesso a molti occidentali di
avvicinarsi a un'arte che, per la sua distanza dai nostri codici estetici,
rischiava di restare incompresa.
"La pittura cinese presenta una natura sovradimensionata rispetto al personaggio
uomo, che è un piccolo punto perso all'interno del paesaggio.
In realtà, per un cinese, questo personaggio, occhio in ascolto e cuore pulsante,
è la parte più sensibile dell'universo vivente, il punto cardine a partire dal quale
il paesaggio si organizza e diparte.
Questi dipinti, lontani dall'essere semplicemente esteriori e decorativi,
vanno contemplati come paesaggio dell'anima".
Ancora prima di scrivere quest'opera, lei ha avuto l'opportunità di discu-
terne i temi con lo psicanalista Jacques Lacan.
"Era il mio compito iniziale iniziare Lacan alla calligrafia cinese,
alla poesia tradizionale e al Tao.
I nostri incontri duravano un'ora soltanto, ma per lui era un tempo enorme:
basti pensare che ai suoi pazienti dedicava in genere una decina di minuti!
Aveva sempre molte domande, acute, impegnative, urgenti anche.
A volte mi invitava a raggiungerlo subito, ignorando probabilmente che,
abitando io in periferia, mi costringeva ogni volta a tre ore di viaggio
in totale.
Se era preso da un dubbio mi chiamava persino nel cuore della notte,
al punto che dovetti porre un veto tra le dieci e mezzo di sera
e le nove di mattina, per non disturbare il sonno di mia figlia.
Naturalmente, alle nove in punto il telefono squillava!
La nostra collaborazione era per me di vitale importanza,
perchè mi permetteva di riscoprire ciò che credevo di conoscere,
in particolare il concetto di vuoto, così importante nella cultura cinese.
Considero Lacan un maestro.
Su certi argomenti, però, non trovammo mai un accordo".
Quali?
"Non dovrei parlarne, vedo già i miei amici psicanalisti agitarsi...
Ma esponiamoci a questo rischio.
Per Lacan l'amore era un grande malinteso.
Secondo lui l'incontro è impossibile, dato che l'uomo non conosce ciò che
sente l'altro, non avendone esperienza. L'altro, insomma, è inattingibile.
Ma il nostro scopo non dovrebbe essere quello di attingere all'altro fino a
esaurirlo, seguendo l'impeto passionale.
Un rapporto erotico è piuttosto uno scambio tra essere ed essere,
tra anima e anima.
Il vero incontro è, per rifarsi alla teminologia Tao, quello animato dal soffio,
che ci porta al di là di noi stessi, nel luogo dove l'altro può raggiungerci.
E' un luogo di interazione, detto vuoto intermedio, che raggiungiamo
con l'ascolto, l'attesa, la condivisione.
L'incontro erotico non è insomma un corpo a corpo ne' una battaglia,
ma un andare e venire dalla parte migliore di sè alla parete migliore
dellò'altro, cosa che eleva entrambi".
Nel suo recente Cinque meditazioni sulla bellezza, insiste sulla
capacità del nostro sguardo di creare bellezza.
"Il bello, se non trova interlocutori, se non è colto da uno sguardo,
resta pura perdita.
E' fondamentale l'incontro tra una presenza che si offre alla vista
e uno sguardo che accoglie.
La bellezza è un avvenimento, un'epifania, un "apparire là" che ci stupisce
e ci abbaglia.
Non è mai statica ne' interamente svelata: come una montagna per metà
nascosta dalla nebbia, o un viso di donna dietro un ventaglio,
ci seduce con il suo disvelarsi.
Dirò di più: nell'esperienza della bellezza, la reciprocità degli sguardi
ha grande importanza.
Per esempio: quando ammiriamo l'altro, se questi ci ricambia lo sguardo,
la bellezza ne è aumentata, elevata, e anche noi siamo trasfigurati.
La bellezza è un incontro.
La sensibilità cinese si spinge ancora più in là, e crede in uno scambio,
in un dialogare di sguardi anche tra l'uomo e la natura,
che non è mai inerte e passiva.
Del resto, riferendosi al monte Jingting, il poeta Li Po scriveva:
"Ci guardiamo senza mai stancarci".
Sempre parlando di sguardi: cosa si sente di valorizzare della
cultura occidentale?
"Ho scoperto una capacità di guardare il male e di riconoscere la
tragicità del destino che in Cina è assente.
Taoismo e confucianesimo non affrontano con sufficiente
radicalità il problema del dolore.
Questo loro limite ha reso possibile l'apertura al buddismo,
che ha positivamente fecondato la cultura cinese a partire
dall'anno 1000.
A me pare però che il cristianesimo sia andato ben al di là del buddismo,
in questa indagine del male.
Vorrei fosse chiaro che non mi interessa fare l'elogio del cristianesimo,
ma semplicemente constatare, riguardo questo specifico aspetto,
un suo maggiore rigore".
Nel suo ultimo saggio, parla adirittura della necessità di
"farsi carico del male del mondo". Cosa intende?
Nessun discorso sulla vita è vero, se non si comprende il male che lo
abita. Certo, è importante che il rifiuto di arretrare davanti al dolore
non ci annieti; al contrario, che porti a maggiore consapevolezza,
apertura.
Si tratterebbe, insomma, di coniugare il senso acuto della tragedia,
che è molto occidentale, con la visione taoista, che esalta il principio
di vita e ci incoraggia a essere ricettivi davanti all'istante, alla bellezza".
Cosa intende per "istante"?
In effetti, è fondamentale precisare questo concetto.
Noi non possediamo il tempo, ma possiamo possedere l'istante.
Non si tratta di concentrarsi sul presente per godere dei piaceri che
ci può offrire: questa è l'attitudine di chi è consumatore, approfittatore.
L'istante, invece, raccoglie tutto ciò che abbiamo vissuto e sognato,
tutto il passato ma anche il futuro verso cui tendiamo e il desiderio che
ci portiamo dentro, in un momento di vero senso.
Per raggiungerlo, bisogna mantenersi umili e perseveranti.
Le faccio un esempio: noi ci siamo preparati a questo incontro con pazienza.
Lei ha chiesto un appuntamento, ha letto qualche mio testo, magari ha
provato un po' di apprensione.
E anch'io, da parte mia, rientrando appositamente da Tolosa dove
mi trovavo per un convegno, ho dato importanza all'appuntamento
con la rivista, con i lettori.
Per cui dietro a queso momento, che adesso ci appartiene,
c'è una storia di disponibilità che comincia da lontano.
Possedere in modo assoluto l'istante, moltiplicare gli istanti della
nostra vita, è l'unico modo che abbiamo per vincere la morte.
Non dobbiamo coltivare nostalgie e rimpianti, ma al contrario,
prepararci ad accogliere l'istante, che è sempre incontro.
E' questa l'eternità a cui abbiamo accesso".
Laura Lamanda
- La Repubblica delle Donne -
5 Agosto 2006