Fernanda Pivano
"E' con l'anima sulle labbra che scrissi in
quegli anni appassionati la maggior par-
te delle pagine incluse in questa raccolta,
che a suo tempo interessavano giovani
incatenati da una guerra non voluta, da
un linguaggio grottesco, da coercizioni
medioevali, e ritrovarono non tanto
nelle mie parole quanto nei libri che
proponevo le loro ansie liberatorie,
i loro sogni di anarchia,di democra-
zia, di sincerità....Ecco. Ormai
questi autori che io amavo mentre
stavano trasformando la storia
della letteratura americana, sono
diventati dei classici: se dovessi
scrivere adesso queste presen-
tazioni potrei aiutarmi con decine
e decine di biografie e monogra-
fie che riempiono i miei scaffali.
Così Fernanda Pivano, presentando Ma quella felicità di scoperta,
la ristampa di uno dei suoi libri: quella gioia di trasmettere ad
MOSTRI DEGLI ANNI 20 altri, forse non l'avrei più:
(La Tartaruga Edizioni, 1993), forse l'anima non mi sali-
volume che raccoglie alcuni tra rebbe più sulle labbra".
i suoi scritti più significativi su
William Faulkner, Francis Scott Fitzgerald,
Ernest Hemingway, Edgar Lee Masters e Dorothy Parker.
Gli scrittori che lei ha tradotto adoperavano stili molto diversi.
Come ha imparato a rederli in Italiano?
Bè, non so se ho davvero imparato come dice lei. Comunque, sin da quando
ero bambina mio padre mi faceva leggere dei classici piuttosto che il Corriere
dei Piccoli. Quando non capivo lui mi diceva: non importa, capirai da grande,
adesso comincia a leggere.
Così a nove anni mi ritrovai davanti a Tolstoj, Stendhal, Dostoevskij.
Mi abituai a riconoscere gli stili dei diversi autori e anzi, la cosa che mi
divertiva di più della letteratura era vedere la differenza tra un autore e
l'altro, il contrasto incredibile tra mettiamo Flaubert e Dostoevskij.
Era un continuo stupirsi di come si potesse scrivere così diversamente.
Quando mi sono trovata di fronte agli Americani, che sembravano tanto
simili al lettore italiano - forse perchè non li ha ancora digeriti - ma che in
realtà non lo sono affatto, fu una gioia cercare di rendere le differenze tra
uno scrittore e l'altro, tra un modo di narrare e l'altro.
Lei ha avuto modo di incontrare alcuni tra gli scrittori che ha tradotto.
Erano gli editori a metterla in contatto con loro?
Incontrare alcuni di questi autori è stata la mia fortuna ed il mio privilegio.
Ma le case editrici no, non mi hanno mai aiutata in questo.
Appena terminata la guerra mi restituirono il passaporto. I fascisti lo avevano
ritirato a mio padre e a tutta la mia famiglia.
Partii per Parigi di mia iniziativa, perchè avevo lavorato ad un breve saggio su
Gertrude Stein e volevo parlare con Alice Toklas.
Dopo di lei incontrai Richard Wright. Da poco avevo scritto I FIGLI DELLO ZIO
TOM NON SONO MORTI.
Lui fu molto gentile e loro due sparsero la voce che in Italia c'era questa pazza
che scriveva di letteratura Americana senza alcun testo cui fare riferimento.
Quando poi Hemingway venne nel nostro Paese mi mandò una cartolina,
nella quale mi diceva che gli sarebbe piaciuto incontrarmi.
Io pensai ad uno scherzo e la buttai.
Dopo una decina di giorni me ne mandò un'altra, dicendo che se io non volevo
andare a Cortina lui sarebbe venuto a Torino, perchè voleva assolutamente
conoscermi. Mi sembrò di sognare.
Con i treni di allora, che erano lentissimi, arrivai a Cortina.
Hemingway stava all'albergo Concordia, tenuto aperto apposta per lui.
Lo raggiunsi mezza morta per la stanchezza e per l'emozione.
Lui sedeva a capo di una lunga tavolata piena di gente, quasi medioevale.
Mi vide sulla porta e capì subito che ero io.
Attraversò l'enorme salone dell'albergo con le braccia spalancate.
A momenti svenivo. Mi abbracciò stritolandomi quasi, io così piccolina e lui
grande come un orso.
Poi mi prese per mano e riferendosi al mio arresto da parte delle SS perchè
avevo tradotto per l'Einaudi ADDIO ALLE ARMI, subito mi domandò:
"Tell me about the Nazis". Restammo a tavola fino alle tre del mattino.
In seguito mi invitò per una ventina di giorni alla villa che lui e sua moglie
Mary avevano affittato, Villa Aprile.
Lì gli aprivo la posta italiana e gliela traducevo, un pò come una segretaria.
Facevamo delle grandi passeggiate. Parlavamo, parlavamo, parlavamo.
Non si finiva mai di parlare. Non è vero che lui fosse taciturno.
E' una delle tante bugie che hanno scritto sul suo conto.
Diventammo molto amici. Ogni volta che passava in Italia trascorrevamo
insieme l'attesa della partenza all'Hotel Savoy.
Allora le navi salpavano sempre due o tre giorni dopo la data prevista.
Poi mi invitò a Cuba. Per quasi un mese mi ospitò a casa sua.
Dopo averlo conosciuto, lei ha tradotto MORTE NEL POMERIGGIO,
DI LA' DEL FIUME E TRA GLI ASLBERI, IL VECCHIO E IL MARE,
Hemingway l'ha aiutata? Le ha dato dei suggerimenti?
No. Nessuno. Si lavorava malissimo con lui, al contrario che con Allen
Ginsberg. Con Hemingway era difficilissimo lavorare, non accettava alcun
tipo di domanda. Si divertiva a mettermi in imbarazzo.
Una volta che gli avevo chiesto dei chiarimenti a proposito di una certa
parola, una parola di slang, mi fece una sfuriata dicendo che lui non aveva
mai adoperato lo slang - era una bugia di quelle che fanno davvero venire
il naso lungo - e che tutte le parole che lui aveva usato nel suo libro si
potevano trovare nelle opere di Shakespeare. Questa tra le tante fu la
cosa più buffa che mi disse. No, non era facile lavorare con lui.
Era facilissimo chiacchierare. Potevamo farlo per ore intere. Senza che lui
si stancasse nè facesse stancare chi lo ascoltava. Sembrava di volare.
Una conversazione con lui era - non so come dire - come nascere ogni volta,
scoprire il mondo ogni volta di nuovo... Quasi che la realtà non fosse mai
esistita fino ad allora e cominciasse in quell'istante. E' difficile spiegare.
Lui era un genio. Uno di quelli grandi. Rasentava la divinità. Parlargli era
entrare in un altro mondo. Sembrava che non ci fosse più realtà corporea e
che esistesse solo quella intellettuale, spirituale.
Sia gli esponenti della Lost Generation - Hemingway, Fitzgerald - che
quelli della Beat Generation - Ginsberg, Kerouak - conobbero in Patria
problemi legati al moralismo di quella società. Hemingway sosteneva
di aver vinto il Nobel con IL VECCHIO E IL MARE perchè quello era il
primo dei suoi romanzi dove non compariva la parola shit.
Ginsberg ebbe problemi di censura. Lei incontrò difficoltà simili nel far
conoscere questi scrittori in Italia?
Non si è trattato di una questione di moralismo. Era una questione di ignoranza.
Gli italiani non riuscivano a capire che si trattava di un diverso approccio alla
letteratura, un approccio pragmatista e non idealista.
Essendo sempre stati molto vicini alla letteratura Francese hanno detestato
quella Americana, il cui protagonista ha come principio l'azione.
I nostri connazionali non possono sopportare che un libro si basi sull'azione.
Vogliono che si basi sul pensiero e sul conflitto psicologico.
Invece la massima di Fitzgerald era:
IL PERSONAGGIO E' AZIONE E L'AZIONE E' IL PERSONAGGIO.
Questo è molto importante. Ma per gli italiani i libri americani erano volgari,
scritti male. Non li sopportavano. Quindi il problema non era morale, moralista,
ma intellettuale. Di cultura.
E' stato più difficile tradurre la poesia di Ginsberg rispetto alla prosa di
altri scrittori? Come è riuscita a rendere la sua spontaneità jazz?
Con Ginsberg la difficoltà terribile consisteva nello slang dei Beats,
che in Italia era allora completamente sconosciuto.
All'epoca in cui tradussi HOWL Ginsberg era in India. Io andai in California e là
per sei mesi frequentai Michael McClure, Ferlinghetti e i loro amici,
cercando di imparare quel modo di parlare per poterlo poi utilizzare nella
traduzione delle poesie.
Al contrario di Hemingway, Ginsberg non ha mai detto che ogni sua parola si
trovava Shakespeare. Lui diceva di voler rappresentare il linguaggio delle
minoranze, sia quelle nere che quelle della malavita.
Ginsberg parlava quel tipo di linguaggio.
Non era certamente un linguaggio classico. Mi trovai davanti a delle espressioni
che mi facevano impazzire.
Era impossibile tradurle senza che qualcuno te le spiegasse.
Dopo sei mesi di California volevo scrivere un dizionario di slang. Poi poco tempo
dopo ne uscì uno bellissimo e non ci fu più bisogno di farlo.
Ginsberg mi aiutò anche in seguito nelle traduzioni. Con lui era molto facile lavo-
rare. Mi aiutò enormemente. Si rendeva conto di com'era difficile e si rendeva
conto anche della mia passione, della mia buona volontà.
Mi aiutò moltissimo e imparò anche l'Italiano sulle mie traduzioni.
E per quanto riguarda i Minimalisti e i loro testi così essenziali,
tagliati fino al midollo, come diceva Carver?
E' stato difficile confrontarsi con i Minimalisti allo stesso modo che con gli altri.
Era tale la novità che loro presentavano in reazione ai post-moderni,
scrittori come John Hawkes o Donald Barthelme.
Questi erano tutti professori e nei loro romanzi operavano associazioni e
collegamenti quasi surreali. I loro contenuti sfioravano l'incomprensibilità.
Ritraevano sfondi sociali o polemici, a favore o a sfavore della guerra magari,
ma sempre evitando l'importanza dell'individuo.
La ragione per cui mi hanno tanto interessato i Minimalisti è che riportavano
sulla scena l'individuo. Cioè tornavano a quella che a me pareva la vera natura
della letteratura Americana, la realtà individuale, pragmatista,
della vita di tutti i giorni.
Il problema per i personaggi di Raymond Carver, ad esempio era quello di
riuscire a mettere tutti i giorni sul tavolo della cucina un litro di latte
per i bambini.
Per gli autori post-moderni, senza parlare di Pynchon, questioni del genere
non esistevano. I loro libri erano completamente al di fuori della realtà.
Non si ponevano la realtà come base, mentre i Minimalisti sceglievano di tenere
al centro della loro scrittura i problemi della vita dell'americano medio.
I primi furono appunto Carver, un altro genio, e poi più in là Ann Beattle
con i suoi romanzi intimisti, ambientati tutti nelle stesse città, con gli stessi
personaggi, le stesse famiglie.
Era un ricondurre la letteratura in termini quotidiani.
Il passaggio successivo ha riguardato quelli che io ho chiamato i post-minimalisti.
Sopratutto Jay McInerney, che ormai la Storia ha dichiarato il più grande
scrittore degli anni Ottanta - e nessun professore può dimostrare il contrario - e
un altro grandissimo scrittore, Bret Easton Ellis. Loro sono stati i due grandi
esponenti del passato decennio.
Quello che accadrà ora non lo so. McInerney pensa che assisteremo
all'esplosione delle varie razze ed etnie.
Nel numero di Panta dedicato agli autori americani ha addirittura voluto includere
un narratore che scrive in lingua Cheyenne. Quando non ero ancora malata e
andavo spesso a New York ho avuto modo di conoscere Marc Leyner,
uno scrittore impossibile da definire che compone le parole usando
frammenti di varie lingue.
Poi ci sono i Portoricani che già aveva lanciato Ginsberg, probabilmente saranno
questi i protagonisti degli anni Novanta.
Lei ha conosciuto da vicino uno scrittore scomparso di recente,
Charles Bukowski. Come lo ricorda?
Sono stata l'unica in Italia a scrivere qualcosa su Bukowski, anche se non l'ho
tradotto perchè da anni ormai non mi occupo più di traduzioni.
Persino negli Stati Uniti è uscita soltanto ora una biografia,
mentre la mia lunga intervista venne pubblicata nell'82.
Lui era un bravissimo scrittore e anche un tesoro, gentile, dolce, buono.
Caro Hank. Impossibile immaginarlo così da ciò che scriveva.
A tavola beveva acqua Perrier al sapore di ciliegia. Poi in soggiorno beveva vino.
La birra l'aveva lasciata perdere perchè improvvisamente aveva scoperto che gli
faceva male allo stomaco.
Al fondo della strada dove abitava c'era un negozio di Liquors, come dicono loro.
Ho sempre pensato che avesse cercato apposta una casa con un negozio del
genere così vicino. Lui aveva un piccolo studio in cima a una scala e lì beveva
e scriveva. Ogni volta che ho potuto arrivare sino a Los Angeles sono andata
a trovarlo. Eravamo amici.
Giuseppe Culicchia
- Pulp 02 -
Giugno Luglio 1996