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Katazen: un mondo
ineffabile...


Di notte e per caso

Scrive Heidegger in Identità e differenza:
"L'Evento (Ereignis) nomina quella vivente contrada
dove uomo ed essere si incontrano reciprocamente
nella loro essenza.
Questa parola è usata soltanto al singolare.
Anzi, neppure al singolare. In modo unico.
Una sola volta".

Esercito ignobilmente il mestiere di medico di famiglia (tanto per capirsi:
sono un medico della mutua), aduso a palpar taciturno ventri di vecchi
morenti nel letamaio urlante della periferia di Napoli,
a curare faringo-tonsilliti purulente a foruncolose giovinette e sordide
blenorragie sostenute da micidiali ceppi di Neisseria gonorrhoeae
a ragazzi dal rachitico lessico scimmiesco,
divorati dall'angoscia nella Geenna dei disperanti megaquartieri
di "case" popolari, progettati da architetti a cui andrebbe strappata
la lingua con tenaglie arroventate,
ridicoli maîtres à penser arricchiti a corte delle lobby d'affari radical-
progressiste partenopee, altezzosi idioti usi a inarcar con degnazione
il sopracciglio davanti a qualsivoglia critica mossa allo scempio partorito
dal loro dubbio "ingegno".
Sono un tizio che legge dei libri, cosa di cui non vado tanto fiero.
Peggio, mi divora da sempre un insano innamoramento per
la matematica e la logica matematica,
passione che temendo il biasimo dei colleghi medici,
tengo nascosta al pari dei libri sull'argomento,
che occulto al riparo di voluminosi tomi di medicina,
riviste mediche, o sommergo sotto montagne di campioni di farmaci,
quasi fosse materiale pornografico, io forse le devo qualcosa,
pur non conoscendola: mi venne in mente una sua recensione,
chissà perchè, in una chiara notte di fine settembre del 1997
quando, bestemmiando perchè non riuscivo a trovare una vena,
in una corsia d'ospedale mi morì tra le braccia una vecchia,
dolcissima suora. Una sconosciuta.
Morì in solitudine, forse morì di solitudine: dov'era il suo sposo?
Mi venne da pensare a suo padre, forse certi padri,
certi genitori contadini che temono il Signore del cielo e gli acquitrini,
e la pioggia in autunno, e il gelido inverno,
amano di un amore struggente quelle figlie che da sempre hanno preso
ogni commiato dalle mille passioni della Terra: talvolta, impauriti,
le sorprendono davanti ai vetri di una finestra,
ad osservare una timida stella del Vespro.
Quel luminoso immenso a cui quelle femmine di Dio si sono carnalmente
congiunte nell'abisso oltre la soglia dell'umano,
vietando il limitante abbraccio d'amore degli uomini  che vuole cingere e,
contenendo, possedere, li atterisce: quale specchio puo',
riflettendo, comprendere l'immenso, tener l'imperimetrabile tutto in sè?
Avrà pianto, il vecchio uomo, sarà sfuggito in lacrime tra gli ulivi
dietro la vecchia casa colonica, il piovoso mattino che vide sua figlia
prendere la via del convento?
E sua madre, mi chiesi, al nascimento avrà gridato con piu' ardore,
generando una sposa di Cristo?
Io, vergognoso come un ladro che ruba i paramenti da un altare,
e rosso in viso, con mani in cui urlavano i peccati,
toccai carni forse inviolate: fui l'unico umano a cui si donò il luminoso
ritrarsi della vita da quelle carni.
Non sapevo ancora che la parola "verità", piu' che un carattere del dire
e dell'asserire correttamente intorno a cose ed enti,
nominasse il luminoso irrompere alle presenza di cio' che a noi appare,
di cio' che senza nostro intervento gia' ci viene incontro,
prim'ancora di un nostro volgerci verso di esso.
In quel momento mi tornò in mente un suo articolo pubblicato qualche
giorno prima su la Repubblica: annunciava la traduzione italiana
di Von Wesen der Wahrheit, di Heidegger.
Cominciò allora a vacillare in me la certezza che la verità fosse
esclusivamente una proprietà dell'enuciazione intorno alle cose,
e mentre udivo risuonare in me alcuni versi
del Lamento di una monaca di Rilke:
Dov'ero quando cantavo? Chi chiamo nei nostri salmi?
La mia vita è lontana
Gesù, dimmi: è con te?
L'hai tu vista venire?
E sono in te, Signore?
man mano veniva in chiaro nei miei pensieri l'idea che la verità
nella sua essenza non fosse altro che un carattere del nostro
originario e irripetibile esperire il dischiudersi da sè dell'evento,
del suo venir da sè e permanere nell'apparire,
anche in assenza di un nostro domandare.
Casomai decidesse di pubblicare questo mio scritto,
gradirei che non citasse il mio nome: se vuole,
puo' "firmarmi" con l'indirizzo web del mio blog
(http://blog.libcro.it/jarumiz), ove talvolta
ricevo delle godibilissime e-mail di femministe
inferocite e di laici fanatici e intolleranti.

Ho sempre sospettato che sotto il cinismo c'è una delusione del cuore
che non sa dove versare tutto l'amore che porta dentro.
Puo' accadere che un incontro, il piu' insensato che ci possa capitare,
liberi quell'amore inespresso, non nella forma patetica della commozione
o peggio della conversione, ma in quella della riflessione che non procede
per concetti, ma per visioni poetiche che "costruiscono" (questo è il significato
greco di "poesia") sensi inesplorati, che dischiudono quello che lei
heideggerianamente chiama l'Evento (Ereignis).
Un andamento silenzioso e gravido di senso, capace di negarsi per far accadere
quella nuova visione del mondo, grazie alla quale si prende a conoscere come
il piacere si intreccia con il dolore, la maledizione con la benedizione,
la luce del giorno col buio della notte, e come tutte le cose sono
incatenate, intrecciate, innamorate senza una visibile distinzione,
perchè l'abisso della verità, che tutte le cose sottende
e che nessun enunciato raggiunge,
vuole che così si conosca il mondo.
Umberto Galimberti
                                                    La Repubblica delle Donne
                                                           15 Ottobre 2006






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