C'era una volta il Punjab
DALLA RIVOLUZIONE VERDE AL DISASTRO AMBIENTALE:
E' LA PARABOLA DRAMMATICA DI UNO STATO AGRICOLO
CRUCIALE PER L'INDIA
A lungo venne chiamato "il granaio dell'India".
Lo Stato settentrionale del Punjab, ai confini con il Pakistan,
è ricco di terre fertili su cui il subcontinente asiatico ha sempre contato
per sfamare i suoi abitanti.
Ora il Punjab fa notizia soprattutto per i suicidi dei contadini indebitati,
e il dilagare dell'eroina fra i giovani disoccupati.
Proprio mentre il mondo intero s'interroga sulla nuova crisi alimentare
che colpisce nazioni povere e meno povere, il Punjab è diventato
uno dei laboratori infernali al centro di questa catastrofe.
Dalla rivoluzione verde al disastro ambientale:
è la parabola drammatica di una regione cruciale per l'autosufficienza
alimentare di un miliardo e cento milioni di persone.
La vicenda del Punjab è talmente importante che la Fao e la Banca
Mondiale hanno mobilitato 400 esperti,
per un'indagine dettagliata sul terreno che è durata tre anni,
sotto l'egida dello International Assessment of Agricultural Knowledge
Science and Technology for development (laastd).
Missione: capire perchè da un certo momento in poi tutto è andato
storto, in quello che sembrava uno Stato-modello
per la sua produttività agricola.
I sintomi sono sotto gli occhi di tutti, e la stampa indiana li denuncia da tempo.
Oltre alla spirale dei debiti che spinge i contadini verso il suicidio o
la tossicodipendenza, altri flagelli colpiscono il Punjab.
La lista è così lunga che sembra un condensato di tutte le patologie
associate all'agricoltura moderna.
Intossicazioni dei raccolti per l'eccesso di pesticidi.
Siccità. Impoverimento dei suoli dovute all'aumento delle acque salate.
Più le malattie umane legate ai veleni nell'ambiente:
come l'aumento esponenziale dei malati di cancro.
Dallo studio della Fao e della banca mondiale emerge una ricostruzione
precisa delle cause di questo disastro.
In un'epoca che ormai ci sembra abbastanza lontana,
l'India era ancora un Paese minacciato dalle carestie di massa.
La sua agricoltura aveva una produttività bassissima e non garantiva
raccolti adeguati per sfamare tutta la popolazione.
L'applicazione di metodi scientifici e industriali consentì l'avvio della prima
rivoluzione verde quando ancora era premier Indira Gandhi.
Al Punjab venne affidata una missione precisa, nell'interesse nazionale:
concentrarsi su due sole colture di prima necessità,
cioè il riso e il grano.
L'obiettivo strategico era l'autosufficienza, perchè l'India non dipendesse
più dai capricci dei mercati mondiali o dagli aiuti umanitari stranieri.
A nulla valsero i moniti di alcuni esperti,
che ricordavano come i terreni abbiano bisogno di diversificare le
coltivazioni per mantenere la loro fertilità nel lungo termine.
Per anni, del resto, quegli avvertimenti sembrarono troppo pessimisti.
Il Punjab manteneva le promesse, e alla grande.
La produttività della sua agricoltura cresceva impetuosamente.
Lo spettro della fame era sconfitto.
Solo di recente il miracolo è svanito.
Il campione-Punjab, stremato dallo sforzo, è sull'orlo del collasso.
Le sue acque sono contaminate dai fertilizzanti chimici.
I pesticidi sono onnipresenti, se ne ritrovano tracce abbondanti nei terreni,
nelle piante e negli animali.
I contadini non riescono a pagare le rate di rimborso dei debiti che hanno
contratto per investire nei macchinari o nelle nuove sementi
geneticamente modificate.
I loro figli e nipoti sognano una vita in città, e si rifugiano nella droga quando
le aspettative di benessere sono deluse.
La Fao e la Banca Mondiale non sono due centri del "sapere alternativo",
o due bastioni della battaglia contro gli ogm, ne' risulta che
aderiscano al movimento Slow Food.
Eppure i loro esperti sono arrivati a una conclusione radicale:
il Punjab è la prova che i metodi industriali applicati all'agricoltura possono
portare a un fantastico miglioramento della produttività
nel breve termine,
seguito da un progressivo deterioramento della qualità dei terreni
e quindi da una caduta della stessa produttività.
A questo si sommano i danni collaterale che colpiscono il tessuto
sociale e umano delle campagne,
la qualità della vita, l'ambiente e il paesaggio.
Il direttore della squadra internazionale, Robert Watson,
ha sintetizzato le conclusioni con toni allarmanti:
"I metodi applicati negli ultimi decenni diventano impraticabili.
Se non cambiamo in profondità il modo in cui coltiviamo,
produciamo e distribuiamo gli alimenti,
nel prossimo mezzo secolo non
sarà possibile sfamare tutta
la popolazione.
E per di più renderemo inospitale e inabitabile il pianeta".
Federico Rampini
- La Repubblica delle Donne -
21 Giugno 2008